Sto Lat Danuta Szaflarska!

Oggi è il compleanno di Danuta Szaflarska. Danuta è nata il 6 febbraio del 1915 e oggi compie 100 anni. Uno degli auguri più comuni di buon compleanno, in polacco, è “Sto Lat”, traducibile letteralmente come 100 anni. In pratica si fa l’augurio al festeggiato di vivere 100 anni, traguardo che Danuta ha raggiunto proprio oggi.

Una vita intensa la sua, spesa dietro le telecamere, è infatti una delle leggende del cinema polacco viste le sue innumerevoli interpretazioni, ma senza ombra di dubbio alcuno, il ruolo più importante, Danuta l’ha vissuto durante l’insurrezione di Varsavia, facendo da staffetta per la resistenza polacca dell’Armia Krajowa.

Più che un’icona, semplicemente donna.  L’augurio più semplice oggi: Molto più di 100 anni!

Per saperne di più: http://www.1944.pl/o_muzeum/news/pora_swietowac_100_urodziny_danuty_szaflarskiej

 

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Prophetikon’s Filitsa Sofianou-Mullen – a review by Fabio Izzo

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I just read Prophetikon by Filitsa Sofianou-Mullen for the second time—the first was like an immersion in wild waters, a kind of forceful baptism into the poet’s visions and memories. The second reading gave me a deeper understanding of the importance of looking at the world with fresh eyes, of looking at the simple things in life with awe and at the traumatic things in life with acceptance and endurance.

The poet’s native Greece features almost permanently in her poems: the sea, Olympus across from it, the streets of her town, her home, her neighbors cooking, visions of childhood and motherhood in those places, and even reminiscences of how things used to be before “the posh cafés” took over. Other poems are more universal albeit localized: what is famine, what is it for a young girl to be begging relatives for food for her baby brother, after walking over the dead bodies of neighbors who have apparently starved to death and are left on the curb to be presumably picked up? What is happiness for the poet and for us, if not a simple worm-shaped poem that talks about spring time, rain and a child’s shoes leaving “worms intact and wriggling”? How does wisdom come to childhood?

I especially liked the dense poem about a real person “Christina 1979”. In it, although death is not mentioned, a school-fellow must have died and the poem is an attempt to come to terms with the death of the school-fellow and with the idea of death in general, as a girl contemplates it in her mother’s arms after her friend’s funeral.
I think the best poem in the collection is “Patmos”, a simple rustic incident on this island of the Dodecanese that forces the poet to contemplate from a bull’s perspective the confusion between ecstasy or life and death or “the short distance between delight and fall”.

The poems in this book will transport readers to Mediterranean landscapes redolent with pomegranate and mourning doves and into visons and prophecies for the past, present and future.

Here an interview with Filitsa Sofianou- Mullen

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Monferrato, neve e cappuccini

Da Mompracemradio riporto questo mio vecchio inedito che parla di Monferrato, neve e cappuccini

Hildebrando Aristolakis.
E’ la sua storia, la sua incredulità di fronte al mondo. Hildebrando sapeva.
Aveva visto che la neve legava la terra al cielo,
la rendeva simile ad una nuvola e copriva tutto lo spazio tra cielo e terra cadendo giù.
Hildebrando Aristolakis aveva avuto una vita semplice.
Come semplice erano i suoi pensieri.
Una laurea che era arrivata ad un posto di lavoro temporaneo, che lo lasciava sempre in sospeso, come un bambino sul tetto del mondo a guardare in giù.
Non si meravigliava più, in fondo il suo nome l’aveva abituato allo stupore.
Era uno stupore riscontrare tutte le volte che si presentava o che veniva introdotto a qualche nuovo conoscente come fosse facile risalire alle sue origini.
Hildebrando Aristolakis? Lei deve essere del Monferrato , giusto?
Giustissimo.
Il Monferrato è quel tipo di territorio che rigetta al mondo persone come Hildebrando Aristolakis e poi le tiene strette a se tra colline, vini e nebbia.
Hildebrando Aristolakis ricorda ancora quando in un viaggio scolastico delle scuole medie superiori, all’epoca erano ancora chiamate gite , e diceva che ricorda ancora quella scoperta di Roma, quella scoperta del mondo e di conseguenza , come il mondo scoprì lui.
Avvenne tutto con noncuranza in una sera di maggio sotto un ponentino che non aveva mai più riassaporato ma che rimase indissolubilmente legato al ricordo sonoro del suo nome così pronunciato:
Hildebrà Aristolà.
Seguì il solito ovvio: “ Il signore deve essere per forza del Monferrato”
Ma oggi nevicava e Hildebrando Aristolakis pensava a tutto ciò sotto la neve.
La guardava scendere giù e un desiderio nasceva in lui.
Avrebbe voluto chiedere ad ogni fiocco se anche lui o lei… oggi Hildebrando Aristolakis si poneva dubbi anche sulla sessualità dei fiocchi di neve e sulle cose tutte, quasi come se non si sentisse originario del Monferrato e quasi come avesse un aristoqualcosa nel cognome.

Era un altro giorno e si era ritrovato a scrivere un tema per il fratello della sue ex eterna fiamma.
Un tema da liceo e Hildebrando signor Aristolakis sapeva benissimo che le sue parole mal si sposavano con ambienti classici.
Da giovane il nostro aveva pure avuto una mezza idea di continuare la sua carriera di scrittore, ma poi aveva realizzato in cuor suo la differenza tra letteratura e libri spazzatura.
I libri di letteratura aulica sono quei libri nelle cui pagine giace l’autobiografia malnascosta dello scrittore assieme a un continuo citare di autori e opere sconosciuti ai più.
Il resto , tutto il resto, esulava dalla letteratura contemporanea.
Scoperto questo Mr. Aristolakis continuò a scrivere cose sue, si proclamò poeta e divenne salariodipendente.
Ovviamente tutto ciò nelle sue poesie venne sempre taciuto e le sue opere letterarie di bassa qualità contemporanea parlavano di un discendente della stirpe monferrina degli Aristolakis ribattezzato come Hildebrando che amava leggere romanzetti da poco e perdere tempo racchiuso nei suoi pensieri davvero incomprensibili ai più, a volte non ci capiva nulla nemmeno lui e attribuiva quindi questi pensieri incomprensibili a qualche contaminazione da letteratura aulica.

Si potevano inventare molte cose al mondo, tutto era riempibile di fantasia e Hildebrando lo sapeva bene.
Molte volte avrebbe voluto inventarsi un’altra vita, una vita non sua, una vita differente da romanzo economico o da soap televisiva, una vita dove non ci fosse un attimo di tregua e dove i pensieri venissero compressi da azione e donne mozzafiato, ma a mozzare il fiato monferrino era solo la noia e quella casa che si chiama nebbia tra le colline.
Si potevano inventare vite intere, riempire curriculum vitae di fantasia e raggiungere il successo.
Si poteva usare la fantasia, ma alla fine si doveva mentire.
Mentire? Un Aristolakis di certo non lo fa, gente umile ma integerrima.
Il credo di famiglia era: Un Aristolakis non mente, subisce.
Non c’erano bugie o menzogne nella famiglia e quindi di conseguenza mancavano blasoni, stemmi, stendardi ,icone , santi, emblemi e ricchezza nella famiglia.

Rifletteva aspettando il treno.
Rifletteva riflessi di luce propria.
Era perso in quel paesaggio troppo russo da non essere italiano, perso nel bianco caduto precedentemente.
Si inventava quindi un personaggio russo, un Nicolaj Rossi.
Gli dava un nome, un età, un aspetto indefinito e arrivava a percepirne l’esistenza.
Nicolaj Rossi a Mosca ora esisteva in un paesaggio troppo italiano da non essere russo.
Nikolaj Rossi poteva percepire Hildebrando Aristolakis e riflettere di luce propria.

Un altro giorno e si sentiva perso, sentiva perso il suo ruolo nel universo, aveva perso la renitenza, perso il significato del peccare.
Un alone di perdita avvolgeva il suo mondo conosciuto, quello sconosciuto, lo aveva perso da tempo nelle ricerche di mattine ancestrali dentro un cappuccino privo di identità.

La radio macinava tempo e acqua di anime nella lenta mistura di una canzone che parlava di un amore troppo lontano nel tempo.
Di un amore finito quando al tuo debole nome di Hildebrando lei preferì un tizio che si faceva chiamare Barracuda.
Una delle prime delusione , forse la prima, perché in lei aveva investito più che in chiunque altro il povero ragazzo del Monferrato?
Pensava di essere amato, di essere accarezzato, di vivere ogni attimo come se tutto questo fosse per lui, destinato a lui e mai, ma poi mai, in una mente che si era persa ben prima dei bastioni di Orione era stata concepito un barlume, un aborto di pensiero disastroso schiantatosi nell’amore.
Contro Barracuda invece, era probabile che ogni storia di amore
finisse e che lui invece finisse a scrivere temi sul Petrarca per un ragazzino viziato che aveva il solo merito di essere il fratello della ragazza che scelse Barracuda al posto dell’amore.
Amore?
Ma era amore?

Hildebrando non lo sa e questi sono pensieri che naufragano alle nove del mattino nella schiuma calda di una bevanda calda in un mattino tiepido di un mite inverno in una testa calda dalle mani fredde.

Bisogna dire la verità…Non si sa mai

Da giovane amavo le pagine diaristiche di Jack Kerouac, soprattutto quelle dove l’autore di “On The Road” descriveva la condizione dello scrittore tra conti delle spesa minimalistici a dir poco, rendiconti letterari ricchi di solitudine e citazioni di lettura.

Una condizione, la sua, di eremita a metà che mi ha sempre attirato. Così, da un po’ di tempo a questa parte, coltivo il progetto- sogno di dedicare un periodo della mia vita, relativamente breve, a seconda delle mie misere possibilità e ambizioni a questa particolare condizione. Progetto- sogno aiutato anche dalla vincita del Premio di Cava, pensavo quindi di reinvestire su me stesso quello portato a casa finora, continuando il mio tele lavoro a mitigare la frustrazione di un libro che mi fa paura e che forse non uscirà mai.

Mi sono messo così alla ricerca di una stanza, aiutato da amici, ho controllato varie cose e mi sono messo, non si sa mai dovessi partire davvero, a sbrigare pratiche e pratichette varie per non lasciare nulla in attesa o dimenticato.

Chi ha letto o sta leggendo il best seller del momento, cioè “Sottomissione” di Houllebecq ricorderà le frasi dell’autore francese dedicate alla vita burocratica condominiale che, a suo dire, per funzionare necessita di una presenza costante. In pratica se dimentichi qualcosa, la burocrazia ti condanna e resta davvero poco da fare in merito in questo caso.

 

Tra le altre cose mi è venuta la malsana idea di aprire una postepay evolution, giusto per dare una possibilità di clonazione in più a chi ne è capace e per avere una carta di riserva, giusto in caso dovesse succedere qualcosa vivendo sempre all’insegna di quel non si sa mai che mi accompagna in questi giorni.

 

Oggi però è il Blue Monday, cioè il lunedì più triste dell’anno come ci insegnano gli anglofoni, ma è anche vero che non so quanto siano felici di solito i lunedì alla posta. Così aspetto il mio turno tra un’invocazione e l’altra, facendomi l’idea che la divinità venerata in questi uffici sia la Pensione, non a caso con l’iniziale maiuscola, visto che la chiedono tutti ogni 5 minuti da una parte all’altra dello sportello.

L’indicatore luminoso mi ricorda, caso mai me ne fossi dimenticato, di essere un numero e alla fine tocca a me, o meglio al mio numero. Mi affaccio allo sportello:

– Buon giorno, vorrei fare una postepay evolution

– Certo, ha i documenti?
– Carta d’identità e codice fiscale, serve altro?

Ci pensa un attimo e risponde: No.

(porgo i documenti)

Seguono una decina di firme e un intermezzo in cui provano a rifilarmi anche la nuova sim delle poste perché c’è l’offerta è sembra proprio che in Italia un’offerta non si deve proprio rifiutare.

Ma vado all’estero- dico io, pensando tra me e me che “Non si sa mai”.

– Per un mese?- mi incalza l’impiegata.

– Forse di più-
– Con 3 euro al mese paga poi dieci centesimo al minuto il primo minuto costa tot..

– Ma ho skype

??? questi tre punti rappresentano alla perfezione lo sguardo dell’impiegata.

Decido così di tagliare la testa al toro: Lasciamo stare non mi interessa.

Questa risposta non è la risposta ideale, magari funziona al telefono, ma di persona no, così risentita porta avanti la mia pratica: Quanto mettiamo sulla carta?

Mi fermo a guardare il contenuto attuale del mio portafoglio e chiedo: Quant’è di spese?

-10 euro.
-Bene, per ora ne mettiamo 25
-25 più dieci?
– No, no, 25 meno dieci.
– Quindi ne restano 15?
– Sì, esatto.
– Mi lascia un numero di telefono e una mail?

Numero di telefono: XXXXXX. La mia mail ha un prefisso breve, il mio nome di battesimo, l’underscore, cioè questo segno grafico_ ed è gestita da yahoo. Gliela dico lentamente ma noto lo smarrimento e lo sguardo perso sulla tastiera.

-Aspetti

-Aspetto. Dopo qualche attimo rompo il ghiaccio: Facciamo lo spelling?

-Sì

Comincio con le lettere e i nomi di città per arrivare all’acca Helsinki contenuta in yahoo.

-Helsinki come acca?
-. Finisco poi con Otranto, otranto, punto e it.

– Sa com’è hotmail la conoscevo ma iaoo no. Professione?

Bella domanda, ci ho anche scritto un libro (il Nucleo ndr) sul mazzo di carte delle mie insolite professioni. Inizio: Contractor?

– Non esiste

-Traduttore?

– Non esiste

-Scrittore
– Non esiste

L’impiegata, a questo punto seccata dai miei tentativi andati a vuoto di definirmi in questo mondo, mi guarda e dice:- Bisogna dire la verità!

Privo di qualsiasi qualifica, davanti ai suoi occhi decido di tagliare secco: -Metta nullafacente.

-Disoccupato o Altro?

– Se mette altro che succede in quel sistema?

Prova e poi mi dice che: Escono fuori altri campi.

-Metta disoccupato che va bene.

Il nostro feeling si è spento penso dopo la prima fase ma il resto è solo una serie di silenziose firme da mettere dove indicano le sue crocette.

Ci salutiamo in maniera professionale, anche se non so quale sia la mia professione e mentre me ne sto andando urla, alla faccia della privacy, : Ricordi che ha 15 euro sopra!

Torno a casa dove mi metto a spulciare qua e la tra i plichi illeggibili che segnano il rilascio della mia

Spulcio qua e là e controlla la mia mail che per magia è diventata:

le tre lettere del mio prefisso seguite da anderscore (Scritto proprio così)yahoo.it

 

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“Anche Whatsapp ha più emozioni di me”

Tempo fa su Facebook avevo inaugurato una rubrica intitolata “il mio cellulare ha una vita sociale io no” dove riportavo “amabilmente” i messaggi improbabili ricevuti dalle mie ex. Il titolo, in realtà,  è presto spiegato: tendiamo a comunicare troppo in maniera digitale e poco dal vivo. Ora per una variante di questa rubrica “Anche Whatsapp ha più emozioni di me” riporto un messaggio ricevuto a proposito di Balla Juary :

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“Madonna la zia giallorossa e il nonno abbonato in tribuna. Quel capitolo non lo ricordavo così bene….ci sono dei passaggi spettacolari che riletti oggi li trovo ancora più efficaci:) Terrone per i nordici, polentone per i meridionali… la partita con gli amici immaginari mi ha strappato un sorrisone alle 2 di notte”

 

Tutto ciò potrebbe, forse, diventare altro…