Karmansky l’altro poeta & Shoah: “Atti di necessaria conoscenza sulla mancanza e sulla memoria” di Giusi Meister e Fabio Izzo.


Karmansky l’altro poeta è stato invece pubblicato su Eco a Perdere, Fabio Izzo, Edizioni il Foglio Letterario.

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La Shoah è qualcosa che compare nelle nostre vite un giorno all’anno. O almeno per molti di noi, la Shoah è inevitabilmente collegata alle sue commemorazioni. Ma quello che più ci preme è cercare di tessere, senza alcuna pretesa, una trama che leghi i termini memoria e mancanza alla Shoah. Se è vero che milioni sono le pagine scritte su ciò che è avvenuto è altrettanto vero che milioni sono le pagine che non si sono potute scrivere su quello che è avvenuto. Un paradosso forse, ma pura verità.

è stato detto tanto, tutto

io volevo solo, nel mio infinitamente piccol, ricordare  attraverso le parole di Karmasnky, l’altro poeta.

Ricorda Karmansky quando c’erano quelli come lui, ricorda la luce solare, quel manto di pulviscolo giallo che abbracciava i suoi ricordi spenti al limite del loro cordone ombelicale con la vita, quella stessa luce che falcidiava i campi dei miei pensieri inerti. Di Karmansky, una volta, la gente chiedeva di continuo, di quel tipo strano che non dava fastidio a nessuno, perennemente rinchiuso nel suo pastrano, che fossero esse accese o spente le stufe di Chelm. Karmansky, quelle volte, era solito aspettare, osservare la vita della cittadina defluire sotto i suoi occhi spenti di dinamismo. Così come la cittadina rovesciava su di lui le sue attenzioni avendolo eletto, nella sua mitologia provinciale, a personaggio di curiosità speciale, a fianco di nomi come Piotr il basettone, Pawel l’argentino, Stagione Fallimentare, Terremoto e molti altri ancora.
Karmansky stesso aveva steso un bestiario su quelle leggende contemporanee.
Dalla sua opera sono prese in prestito le seguenti righe, illustranti la civiltà mitologica sua contemporanea.

Piotr il basettone, persona generosa nella sua stupidità contenuta in una testa tanto grossa da poter contenere due persone stupide attaccate alle basette, qui, edere mitologiche attaccate alla stupidità. Pawel l’argentino, di natali sudamericani e di pasque di pazzie. Pawel risulta strano nella sua lingua, nel suo vestire, nel suo sguardo sempre perso e lontano a guardare altri oceani persi come il suo.Non ha compagni di giochi e di scuola, tiene in particolare modo ai saluti, essendoseli guadagnati con il sudore sul campo di battaglia delle conoscenze ieratiche, conquiste sue gratificanti le strette di mano e i gesti al vento. Solito girare su di una bicicletta, in maniera confusa e vivace, a dir poco sudamericana, perso in un tango triste e solitario contro tutte le restrizioni stradali. Riverente e ricco d’omaggi anche alla guida del suo trabiccolo, non osserva la strada ma cerca il saluto, anche voltando la testa in direzione opposta al suo moto. Provoca il riso della gente ma forse in lui quel guardare altrove è rivolto ai suoi oceani lontani.

Stagione Fallimentare. SF le sue iniziali, come sfigato perché il calcio è così consolidato nell’animo locale che in lui è ormai mania. Impulsivo, sconclusionato sul campo come assennato e ponderato fuori. Bramoso di vittorie è sinistro mietitore di drammi agonistici che raccoglie a giugno a piene mani.

Terremoto, epicentro del caos sociale. Rumoroso ad ogni suo spostamento, voleva creare della sua vita leggenda. Leggendario è divenuta la sua figura nelle sagre confinanti a terremoto prima del suo arrivo.

Appunto sparso di Karmansky: l’amore di Piotr per le ciambelle appena sfornata, quando estasiato guardava quella montagna uscita dal forno pronta per essere scalata da quell’amore inebriato dal profumo caldo e solare, rassicurante delle ciambelle sfornate da Maria, l’amore traslato da Maria alle ciambelle da Piotr alle ciambelle e da Piotr a Maria, ogni morso alla pasta era un bacio mandato a Maria e il mattino radioso con l’oro che splendeva profumato di pasta calda e zucchero al seno di Maria che era tutta inondata da amorevoli chiazze d’impasto e di zucchero, coi capelli legati e un grembiule in uniforme d’amore. Qualche parola scritta su Karmansky giaceva nel bestiario.
Da lì continuiamo a citare ciò che vi era depositato.

Karmansky, l’altro poeta. Dal vestiario misero e dalle mani grosse ma non rozze. Ai limiti della notte la sua poesia è messa in ombra da OMISSIS, i suoi versi timidi si vergognano ad uscire dalla crisalide.
Karmansky, l’altro poeta. L’altro Poeta. Non era l’unico poeta, quanti segreti ancora tutt’oggi, la vita modesta di Karmansky che non se ne volle andare a cercare fortuna altrove.

Le strade contengono ancora la presenza di Karmansky, in quell’occhio d’oro di luoghi e d’idee, si era spesa l’arcadia del suo passato.

Karmansky vive.
Il suo sguardo da terza persona impersonale è vita.
Non è così per tutto quello che ha lasciato.
Lui vive perché altri sono morti, ma morti davvero.
Lui è l’altro poeta, poeta di una lingua sepolta.
Oggi Karmansky si è risvegliato con uno sguardo sul mondo.
E’ un mondo nuovo e non vi sono più gli odori, i colori e i sapori dello Shtetl.
Ed è un’altra la legge che vi domina.
L’occhio d’oro nel cuore della notte si è spento.
Ora l’oro è dappertutto.
Il potere, lo sfarzo economico, tutto è già oltre l’oro.
Karmansky, discendente di vita, ricorda quando con l’oro potevi comprarti una vita, ma era altri tempi quelli, tempi di disperazione, dove si affogava solo per non venir risucchiati dalla storia.
Lui, il poeta, era affogato sepolto in un cunicolo, nel ventre di madre terra, dentro una vagina di cloaca.
Da quel pertugio aveva visto il mondo impazzire.
Incendi che illuminavano la notte, voci che chiedevano perdono, lingue che andavano al loro funerale e l’oro del mondo corrotto dall’uomo.
Ora Karmansky ha da molto lasciato questo alla sue spalle.
Se mai è possibile dimenticare, Karmansky non l’ha fatto.
Ha continuato la sua esistenza di naufrago umano, per aiutare il naufragio di altri. Non ha mai provato a capire, non c’era nulla da capire se non il rumore del vento e il pianto delle stelle.
Era un poeta ma non era più riuscito toccare l’amore.
Aveva visto amare così tante cose Karmansky che il significato dell’amore non lo aveva più toccato.

Il significato dell’amore espresso in una lingua sepolta.

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Shoah: “Atti di necessaria conoscenza sulla mancanza e sulla memoria” di Giusi Meister e Fabio Izzo

Il seguente articolo è pubblicato nella sezione ‘Approfondimenti’ del portale di notizie e condivisione letteraria ‘Imieilibri.it’:
http://www.imieilibri.it/?p=5687
e su Biblioteca d’Israele

 

Perché la Shoah raffigura una drammatica perdita in campo letterario (e non solo ovviamente).

Come ci viene descritto nel saggio “Shtetl” di Eva Hoffman (pubblicato da Einaudi) esisteva un mondo davvero unico e irripetibile che viveva all’interno di migliaia di piccoli villaggi dell’Europa dell’Est. Eva Hoffman si è concentrata su un paesino di nome Bransk, nella campagna polacca ai confini con l’attuale Bielorussia,che prima della guerra contava circa 4600 abitanti, equamente divisi fra ebrei e cristiani. Oggi non ci sono più ebrei a Bransk. Soltanto tracce ed echi che risuonano di tristezza, rabbia, senso di colpa e, a volte, negazione del passato. In Polonia continuano a vivere alcune migliaia di ebrei, ma la loro cultura, le loro comunità sono scomparse con la Seconda guerra mondiale. I villaggi ci sono ancora, ma il mondo che vi pulsava, i negozi, il suono dello yiddish e dell’ebraico, non ci sono più. E dire che proprio nello shtetl – diminutivo di shtot, in yiddish «città» – nel corso dei secoli si era realizzata un’esperienza multietnica, caratterizzata dalla compresenza di due società povere, gli ebrei ortodossi e un mondo contadino premoderno; lo shtetl era diventato una realtà sociale insolita, ma dotata di straordinarie risorse. È questa realtà sociale che Eva Hoffman, attraverso l’indagine scientifica e la ricerca sul campo, indaga con minuzia e passione: nel tentativo di spiegare perché nello shtetl gli ebrei furono oggetto della più incontrollata crudeltà da parte dei vicini, ma anche della più spontanea generosità; e nella speranza che una ricostruzione storica obiettiva sia anche un messaggio di tolleranza.

Un mondo, quello dello Sthtel, raccontato malinconicamente negli ultimi suoi giorni di vita, nel romanzo “La distruzione” di Piotr Szcef (pubblicato in Italia da Lindau), dove l’autore racconta con una prosa densa quanto nostalgica le ultime incosciente ore di vita di un villaggio che ancora non sa a cosa sta andando incontro.

Qualcosa di simile è raccontato anche in “Ogni cosa è illuminata”.

Parlavamo di mancanza, di pagine non scritte, di quello che ci è stato tolto, portato via, rubato, strappato con violenza. E a questo punto non possiamo non parlare di Bruno Schulz, l’autore de “Le botteghe color cannella”, scrittore diventato un vero e proprio mito letterario.

Lo stesso David Grossman nel suo “Vedi alla Voce Amore” si immagina la metamorfosi dello scrittore polacco che rifugge da tutto, precipitando nel gorgo della storia, mutandosi in un salmone.

Per un crudele gioco del destino il modello del piccolo villaggio, quasi isolato (anche se è un luogo troppo comune) dal mondo, venne riprodotto a forza nei ghetti istituiti dell’industria dell’orrore nazista, che troviamo nelle pagine di Mary Berg e di Dawid Sierakowiak, testimonianze entrambe presenti nel catalogo Einaudi.

Compresso dagli orrori di quel mondo, privato della sua magia, il ghetto non poteva che esplodere come ci viene raccontato nel Yossl Rakover si rivolge a Dio (edizioni Adelphi):

“Nel settembre 1946 una rivista di Buenos Aires in lingua yiddish pubblicava questo libro presentandolo come l’ultimo messaggio scritto da un combattente del ghetto di Varsavia mentre il cerchio della morte si stringeva intorno a lui. Pochi conoscevano allora con precisione la storia della rivolta ebraica a Varsavia e della atroce tragedia che con essa si consumò, ma subito il testo dell’ignoto combattente, che, simile a un nuovo Giobbe, chiama in causa il Signore e il suo silenzio di fronte al trionfo dell’orrore, cominciò una lunga e singolare peregrinazione per il mondo, giungendo in Israele e in Germania. Quando il vero autore si fece vivo presentandosi come ebreo lituano emigrato in Palestina allo scoppio della guerra, iniziarono grandi dispute”.

Altra diaristica da menzionare è quella di Elie Wiesel, scrittore rumeno, premio Nobel per la pace nel 1986, autore de “La notte” (Giuntina, 2007)

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte al campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherà quel silenzio notturno che mi ha tolto per tutta l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso.
Mai.

Si discute ancora oggi sulla Shoah, ma non è questo che vogliamo fare oggi. Non ora e non qui.

Come ogni materia di discussione, anche la Shoah ha un suo linguaggio.

Il linguaggio è la cifra, la relazione, il filtro.

Lo strumento con cui l’individuo entra nel mondo.

Qui non parleremo del linguaggio culturale, ovvero di quello che codifica e decodifica un popolo, la sua storia, la sua identità e il cammino, bensì ci concentreremo sul linguaggio individuale.

Un linguaggio che l’individuo costruisce dentro di sé per affrontare il mondo e la storia, per non lasciarsene schiacciare. Badate che dopo la Shoah vi è stato il silenzio da parte di molti sopravvissuti.

Un silenzio che alcuni sono riusciti a superare ritrovando dentro di sé il significato e il senso. Se non della Catastrofe, almeno della propria Vita. Un ritorno doloroso a quel deserto anche per raccontarlo, per trasmettere a chi non c’era se non comprensione, almeno conoscenza.

E’ per tutto questo che, qui di seguito, abbiamo pensato di restituirvi pensieri e discorsi sulla Shoah nella loro purezza, così come sono nati da chi l’ha vissuta in prima persona, o rivissuta attraverso un membro della propria famiglia.

Ogni sinossi sarebbe una cesoia del senso ultimo.

Dove è necessario, saranno brevemente illustrate la vita dell’autore o le tematiche principali dell’opera, per una migliore comprensione del testo.

Stessa nazione di Wiesel, Aharon Appelfeld è l’autore di “Paesaggio con bambina’’ (Guanda, 2009). Egli, infatti, nasce nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, da una famiglia di origine ebraica. Fu deportato insieme al padre dopo che i nazisti ne avevano ucciso la madre. A soli otto anni fuggì , e trascorse i successivi tre anni vagando in completa solitudine per i boschi. Nella storia di Tsili Kraus, la bambina del titolo, ultimogenita di una famiglia di bottegai ebrei dell’est, Appelfeld ripercorre la fuga dallo sterminio attraverso un viaggio erratico nei boschi e nelle campagne. Quello che si trovò lui stesso ad affrontare. ‘’Paesaggio con bambina’’ è uno sguardo trasparente in cui si impigliano i frammenti taglienti di un intero mondo.

Dice Appelfeld: “Ogni cosa ti succede nella vita dovrebbe avere alla base una domanda fondamentale: Quanto significato attribuisco alla mia esistenza?’. Si dovrebbe sempre cercare di trasformare le cose negative in positive, nella vita. Inoltre, per quel che concerne la Shoah, se i tuoi genitori sono stati torturati perché ebrei, tu dovresti cominciare a chiederti se essere ebreo è davvero una cosa tanto sbagliata da far meritare, a coloro che lo sono, di essere torturati e uccisi solo per questo.

Ecco, se inizi a far questo, se inizi a studiare cos’è l’ebraismo, avrai iniziato a trasformare una cosa cattiva in buona. Iniziare a comprendere cos’è la Bibbia, cos’è la religione e cosa il giudaismo, trasformerà una mostruosità in un qualcosa capace di generare in te la ferma volontà di comprendere il mondo’’.

Il linguaggio, così come l’uomo, finisce con lo spostarsi, trovando nuove sponde di memoria in altre terre. Inevitabile quindi che la sponda ultima, per ora, di questa immensa ondata tragica della storia finisca in Israele.

David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua sono i traghettatori ideali in questo viaggio dalle mille complessità ed implicazioni. Umane e storiche.

David Grossman con il suo “Vedi alla voce: Amore” (Mondadori, 1998) ci porta in “Quel paese là”. Un paese che ha visitato, suo malgrado, la zia Itka, il cui numero tatuato sul braccio sarà per sempre muto testimone del campo di sterminio in cui venne imprigionata.

Ricorda Grossman: “Quando mi sono sposato con Ruth, zia Itka venne alle nozze e sul braccio si era messa un cerotto. Aveva nascosto così il numero tatuato sul braccio perché non voleva turbare l’allegria della festa. E io, il cuore mi si spezzava dalla pena e dalla pietà che provavo per lei. Per tutta la sera non riuscii a distogliere lo sguardo dal braccio. Sentivo come se lì, sotto quel cerottino pulito, zia Itka avesse un abisso molto profondo che ci aspirava, ci risucchiava tutti, gli ospiti, l’allegria”.

Amos Oz nel suo “Una storia di amore di di tenebra” (Feltrinelli, 2005) ci parla della propria famiglia. Poliglotta, colta, europea. Strana la storia e strana la vita, a volte. Gli ebrei, spesso più affettivamente e culturalmente europei degli altri europei, furono estromessi a forza da un’idea e da un sentimento. Quante famiglie con le stesse caratteristiche di quella di Oz si rifiutarono, spesso ostinatamente, di allontanarsi dalla loro Europa, nonostante i primi inquietanti segnali della Catastrofe che si stava per abbattere su tutti.

Eppure, nonostante la violenza del distacco, chi sopravvisse, portò poi con sé, come un doloroso souvenir, quell’idea e quel sentimento in una terra, Israele, tutta in costruzione. Un terra che aveva appena iniziato ad uscire dal tempo del mito per entrare in quello della storia. Amos Oz ce lo racconta così: “Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij erano in sintonia con la loro anima russa, tuttavia credo che -malgrado Hitler- considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia; e la Francia ancor più della Germania. L’Inghilterra era persino più su della Francia. Quanto all’America – la loro convinzione qui s’incrinava: laggiù, in fondo, si sparava agli indiani, si svaligiavano diligenze, si depredavano l’oro l’oro e le fanciulle. L’Europa era la loro terra promessa proibita, landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli”.

Abraham Yehoshua ne “Il signor Mani” (Einaudi, 2005) ci racconta come la Shoah abbia lavorato come un’ascia sulla memoria e l’identità. Un taglio dai margini incerti che ha costretto intere generazioni a riflettere sulla costruzione sia collettiva che individuale di questi due concetti. Concetti di carne, però, non già evanescenti parole. Un libro molto denso, molto complesso e molto ebraico, e quindi, anche molto universale:

“Perciò sono corso da quel Mani, sapevo che molti dei nomi della lista si apprestavano a fuggire e a sparpagliarsi ovunque, e ho preso con me un altro soldato, per poter conservare la chiarezza di spirito, e ho fatto bene a correre perché dietro casa sua era ancora legato quel mulo. L’ho colto pallido, confuso, e gli ho detto: signor Mani, sono venuto a dirle che lei non ha nulla da temere, non ha alcun bisogno di fuggire, perché lei si è già completamente annullato, no? Adesso lei è soltanto un uomo, un puro e semplice homo sapiens, che vive a Crosso fra le rovine di una civiltà che perfino se avesse voluto non avrebbe potuto conoscere l’ebreo, perché a quei tempi l’Ebreo non aveva inventato ancora se stesso”.

Infine, terminiamo con Lizzie Doron e il suo “Perché non sei venuta prima della guerra?’’ (Giuntina, 2008). Helena, la madre della scrittrice, fu una reduce da Buchenwald rifugiatasi poi in Israele.

Un passato e una verità di cui Helena non parlò mai. Una frattura che, coloro che non avevano vissuto personalmente la tragedia della Shoah, potevano solo intuire scontrandosi con le apparenti pazzie e la bizzarria dei comportamenti inspiegabili di Helèna, una donna che non trovò mai le parole, se non queste:

“Al mondo ci sono persone buone, persone cattive e persone che sono state ad Auschwitz”.

 

Il circo degli dei 24: la notte di San Giovanni

Stasera è la notte di San Giovanni o meglio ora è sera, dopo sarà notte. Questa è una notte magica che raccoglie magia ovunque. Il mondo magico, quello antico, che si arresta lì, alla segnaletica del tempo digitale, sparacchia qua e là, come impazzito, i suoi ultimi incantesimi.

Era una splendida notte come solo le splendidi notti di giugno sanno ancora essere nel ciclo perpetuo del calendario feriale, sotto il tepore del loro maestoso cielo stellato.
Il mio stato di eccitazione deriva dall’alcool in circolo nel mio sangue, presente in quantità post industriale; l’ambrosia del fallimento riassunta per ettolitri in centimetri quadrati di vodka (troppa) e succo d’arancia (troppo poco).

Avevo imparato a bere la Vodka in un lontano capodanno di tanti anni fa, a Bratislava, dove ci sono le donne più belle del mondo, o almeno così dicono da quelle parti ma sempre per dire il vero, lo dicono in tutte le parti del mondo. Ero a Bratislava per sbaglio. Non che Bratislava sia un brutto posto, non è nemmeno il peggior posto del mondo, è stato giusto il posto sbagliato. Buffo come solo nella mia mente qualcosa di giusto possa risultare sbagliato. Poco mi importava del Danubio, del Castello, del museo degli orologi. Io cercavo un biglietto aereo per un appuntamento a Breslavia con una splendida ragazza polacca conosciuta su internet. La mia solita fortunata conoscenza dell’altra Europa mi portò invece con il finire solitario sulla riva destra del Danubio.
Imparai così, come il più classico degli anti eroi, solitario e decadente, a bere bicchierini di vodka locale venduta in un minuscolo un banchetto di legno, per intenderci tipo quello di Lucy e dei suoi consigli psichiatrici nei “Peanuts” di Charles Schulz, ad una cifra che si aggirava inverosimilmente attorno ai 19,99999999 centesimi di euro a bicchierino. Tornai da Bratislava con un indelebile sapore di sconfitta in bocca, retrogusto alla vodka di patate.

Anche adesso, come allora, non ho donne con me. Solo che al contrario di allora, non ne sto cercando. Raramente o troppo spesso, a seconda di come si preferisce guardare la cosa, ho avuto compagne di viaggio durante la mia immobilità di resistenza a questi luoghi.
E tutte si sono perse nel mio passato.

La colonna sonora di questo momento potrebbe essere benissimo un vecchio successo sbiadito dalle sabbie del tempo, un singolo dei Public Image Limited di Johnny Rotten “this ain’t a love song” perché questa non è davvero una storia d’amore.

Stanotte in questa umida serata di giugno sembra che ogni stella rimanga lì, immobile con la sola intenzione di splendere a mo di bandierina non troppo generosamente puntata sulla mappa dei miei insuccessi. Fortuna per fortuna ho paura che nell’allungare la mano potrei anche rimarci fulminato dal capriccio magico di qualche divinità indispettita.
Il mondo è magico, ne sono certo, ma non ne ho le prove.
Ed è proprio per questo che sono uscito stasera, in questo buio catalizzatore, a cercare i resti, i residui dell’antica magia sparsa per il mondo.

Mai scherzare con le stelle perché c’è sempre un brutto oroscopo in agguato, ovvero la vendetta del destino rapidamente consegnata ogni mattina ad ogni destinatario.
Le stelle rimangono tutte accese in una smorfia luminosa, nessuna marca assenza in questo perfido appello serale.
Un bagno di luce si presta sempre ad illuminare il mio fallimento ma mai le sue ragioni.
Privato di logica e alimentato da passione vivo in una religione decaduta e mai fiorita, ai limiti della coscienza civile.
Anche d’estate vivo nelle concezione invernale del mio tempo, congelato.
Sono un dio in un pantheon indegno.
Sono la divinità più miserevole.
Sono il dio fallito del fallimento riuscito.

Nella mia bocca si annida il suo sapore, cuori bruciati in salamoia, coperto in parte dal dolciastro del succo d’arancia di qualità scadente in aperto contrasto con la punta di sapore della vodka, quella sì della miglior qualità. Stringendo la testa tra le mani i capelli mi spazzolano i palmi.

Cambiare per andare avanti. Cambiare per non morire. Mi ero da poco fatto tagliare i capelli, in una lotta contro l’ingrigirsi della chioma e della vita che andavo ormai perdendo da tempo. Cambiare la propria vita è qualcosa a cui tutti pensano prima o poi, la famosa teoria dei sei gradi di insoddisfazione: puoi reggere fino al quinto grado ma una volta arrivato al sesto,poi cazzo non puoi far altro che esplodere.

Mi galleggia in mente un telefilm americano di qualche tipo. Se c’è qualcosa che gli americani sanno fare, come nessun altro, sono proprio le serie televisive assieme ai i libri sulla vita di dimenticati scrittori falliti. Senza troppo divagare, la serie Tv aveva come protagonista un tipo baffuto e la sua cricca di amorevoli perdenti.
Il baffo, ad un certo punto della sua vita non proprio esemplare, scopre la teoria del Karma e una volta convintosi di possedere un cattivo karma, forse il peggiore dei Karma possibili, butta giù una lista di tutte le malefatte combinate in passato per poter così porvi rimedio e assecondare il karma supremo, depennando mano mano, episodio dopo episodio, gli elementi deplorevoli dalla sua lista.

Già, penso che dovrei fare qualcosa del genere, proprio come il protagonista del telefilm, ma una lista è qualcosa che può funzionare giusto in televisione e che serve per allungare una serie televisiva per l’appunto. Nella mia vita non c’è nulla da allungare se non che la noia, la delusione e il fallimento. La vita, in genere, è altro: è breve e veloce come uno sputo o come l’eiaculazione primordiale da cui tutti noi arriviamo. Domani. Come domani? Domani?
No, domani è la scusa regina valida per tutti i falliti. Da adesso in poi mai rimandare!
“Ora” e “Adesso” sono le parole chiavi di questa mia nuova missione.
Ho trovato l’eureka assoluto del karma cosmico!

Per non essere più io il dio del fallimento, avrei dovuto cercare qualcun altro in grado di prendere il mio posto. Ma penso che un annuncio sul giornale del tipo: “A.A.A. erede divinità fallimentare cercasi” non potrebbe funzionare.

Mi ritrovo a sorridere, in fondo sono riuscito così bene a rovinare la mia vita per così tanto tempo, che chissà che potrei combinare con la vita di un altro. Avevo anche il perché, il movente imperfetto del delitto, e in quella sera erano già due i sorrisi scappati dalla stalla della tristezza.
Non c’era dubbio o altra soluzione: per riuscire finalmente a migliorare la mia vita dovevo riuscire a rovinare la vita degli altri. Me lo aveva rivelato l’indovina che si nasconde nel sedicesimo bicchiere di vodka e arancia. La teoria dei sei gradi di insoddisfazione. La luce cattiva delle stelle di giugno.
Un profeta generato dalla mente demiurgica e creativa di un qualche sceneggiatore holywoodiano di origine messicana.
Ma chi? La risposta era nella selezione. Una parola decisamente troppo in voga al momento.
Siamo sempre sotto selezione. Mai selezionanti e sempre selezionati.
Il nostro amore ci seleziona, la squadra di calcio ci seleziona, la nostra musica ci seleziona, il nostro lavoro ci seleziona, il nostro dio ci seleziona. Intendiamoci: siamo tutti frutti di scelte altrui.

Consigli dalla Punk Caverna

Prima o poi chiuderò anche questo blog perchè quello che succede è uguale a quello che non succede. Questo che segue non rientra nella linea editoriale di niente e di nessuno, nemmeno nella mia ma tant’è, lo metto qui perchè è Lunedì e al mondo ancora una volta non gliene importa.

Le luci smorte di un locale deserto. Sembra l’ottimo titolo di una brutta canzone, ma questa è solamente una realtà. Quando o si è mollati è sempre brutto avere tanta gente intorno. Vibra il telefono di Pri Pri, lui è uno dei White Rubbish che vi dicevo prima ed è mio amico dai tempi perduti delle inutili scuole medie dove posso dire che “non” siamo cresciuti insieme, parcheggiati qui, da allora, come relitti nel deserto del nostro destino salentino. Tutto quel vibrare era in realtà un sms. Tanta vibrazione per nulla (questo invece potrebbe essere il titolo di un brutto film porno). La vibrazione è arrivata a smuovere, seppur per poco, l’aria morta di sempre che ci circonda. La fonte di tutto questo vibrante nulla è un’amica di Pri Pri (lui è uno che al contrario mio frequenta tanta altra gente), che, per coincidenza, è stata mollata da poco ed è ancora nella fase deep depression, “tanto che ascolta Zarrillo” mi fa sapere con premura Pri Pri.
Deve essere l’autunno, le storie d’amore cadono come capelli.
Questa tipa, la fan di Zarrillo, chiede dove siamo e se può raggiungerci. Pri Pri mi guarda, aspettando una mia risposta.
Lento come il caffè di questo bar ameno gli rispondo.

– Fai tu. Io tra poco vado a dormire. Sono stanco, erano 5 anni che non giocavamo.

Abbiamo appena giocato a calcetto, sempre ammesso che quello fosse calcetto, gioco o sport. Quando non c’è niente da fare e qualcuno ha qualche problema, da queste parti, si organizza una partita per rinsaldare vecchie amicizie o per alimentare antiche faide familiari. Stasera abbiamo giocato contro “non so nemmeno chi” (che come nome per una squadra di serie B fa abbastanza schifo).
Devo dire che però è stato bello sognare con addosso la contrafattissima maglia della PRL, la Polska Rzeczpospolita Ludowa (già la Repubblica Popolare Polacca) (l’Unione Sovietica con le sue manie di grandezza non mi è mai andata giù) comprata sul mercatino di LODZ in occasione del concerto dei Dezerter. L’incontro, anzi lo scontro, era con un gruppo di figli di papà. Loro sì che avranno altri modi per ottenere rivincite su di noi nel corso della vita ma stasera… Già, stasera Fifa, Sangue e arena mentre il pallone carambolava tra i piedi, in un gioco in grado di mischiare polvere e fatalità come nemmeno in un racconto di Hemingway, guardavo gli altri cercando di riconoscere i visi, le facce. Ma compariva solamente quell’avvocatuccio di Milano difensore dei deboli, pronto a recitare l’albero genealogico dei militari impegnati in Cecenia dall’800 a oggi. Ma lo sapevate che un ceceno nel 800 per diventare uomo, come rito di passaggio all’età adulta, doveva uccidere un russo? Non mi ricordo se è attendibile, ma lo lessi da qualche parte mentre in qualche altra parte, su uno spelacchiato campo di calcio del Salento, invisibile perfino ai satelliti di Google Earth, lontani dal mondo ci ho messo tutta la mia rabbia.
Dentro quel tiro, su quel campo c’era tutta la mia fottutissima rabbia. Gol. Urlo. Secco come l’erba del campo. Dopo il gol tutto è finito in rissa. Non ricordo nemmeno bene perché e per come ma devo aver gridato qualcosa che ha scatenato l’inferno come le legioni romane de “Il gladiatore” solo che al posto di Russel Crowe c’ero io, avvolto in un’acrilica maglia rossa taroccata a menare calci e pugni. Certo è che anche i ragazzi non vedevano l’ora di menare le mani su quei fighetti. Non so chi fosse il punto di contatto tra noi e loro ma di sicuro è stato un pazzo a organizzare questa partita, ma meglio così perché ho avuto modo di portare la mia forma fisica oltre i suoi limiti, come non mi capitava da qualche tempo. Non sono per niente in forma. E pensare che su uno degli ultimi numeri di Rolling Stones, dimenticato da qualche amica di Pri Pri, c’era scritto che uno come Sting riesce a scopare per sei ore di seguito. già, uno come lui biondiccio e ben curato, infila e sfila una donna per sei ore mentre io, l’orgoglio punk del Salento, dopo una partita di calcetto e una rissa con dei ragazzini, l’unico liquido che riesco a sputare fuori dal mio corpo è questo sangue rabberciato e avvelenato che si miscela nelle mie vene. Pri Pri mi guarda ora preoccupato.
– Domani quel tizio dovrà andare per forza dal dentista.
Sorrido, anche se avrei voluto spaccare i denti ad un avvocatino che si fa bello a parole senza essere mai stato in Cecenia o in Salento, invece che a un ragazzotto firmato Bikkembergers che da domani ci penserà due volte a giocare a pallone contro chi non conosce. Cecenia e Salento. Già, due terre che non mai state così lontane e così vicine, unite dal mio odio per il mondo. Pri Pri sta armeggiando con la rumorosa tastiera del suo fottuto cellulare, non lo dice ma ho capito che sta rispondendo alla sua amica. Dopo dieci minuti scarsi arriva la ragazza dell’sms, ma non è sola, la sua solitudine è moltiplicata per tre. Quando si è mollati pensavo che non si volesse tanta gente intorno. Racconta la sua storia un po’ come fanno tutti, che poi è un po’ anche la storia di tutti.
Entra in azione il mio contatore che dal sito intertestuale della mia libido sempre connessa mi ricorda che sono troppi mesi che non si combina nulla. Che non combino e che non mi combino con nulla.
I miei link non portano da nessuna parte, Il mio landing è sfracellato al suolo e il mio page rank sessuale è pari forse solamente a quello della keyword voglio scoparmi il cadavere di Bin Laden, praticamente uno 0 periodico. Lo sputnik della mia mente è andato, è bastata la vicinanza di una ragazza. Una ragazza che racconta di come sono usciti insieme un mese, ma è già qui che si lamenta, ride e ogni tanto scherza mentre io ho ancora l’inferno dentro e stavolta non ho nessuna legione da scatenare sennonché quella dei miei denti poco curati, soldati male in arnese che vengono mostrati con malizia a questa smandrella, sperando tra un dramma e l’altro di rimediare una cavalcata. Comincio così a brindare. Ogni Libre un brindisi e la libertà di Cuba mi tormenta l’anima. Buffo come le parole a volte giochino tra loro. Il primo brindisi a mia moglie, anche se non eravamo ufficialmente sposati, pensavamo che il nostro amore fosse eterno e ci chiamavamo marito e moglie; scappata, per dirla alla maniera dei film americani, con il classico rappresentante di cravatte trova la comprensione di tutti.
Il secondo bicchiere va alla brezza di settembre che, soffiando leggermente ha mandato in frantumi il muro di un amore costruito in tre fottutissimi anni di turnè d’amore in giro per lo stivale e qui noto qualche sguardo malizioso della smandriella, colpita dal solito stereotipo di punk romanticone. Il terzo, e mi accorgo di cominciare a non connettere provato come sono nel fisico e dallo spirito, l’ho bevuto alla memoria dell’amore nel letto di quel che facevamo e di come lo facevamo, di come l’estrema unione sessuale potesse farci sentire così bene. Qui preciso che non ho mai raggiunto i livelli di Sting, non si sa mai cosa si può aspettare il pubblico, e la smandriella ride che forse comincio a pensare che per sapere sta storia di Sting deve essere una lettrice di Rolling Stones ma se è così, è roba per Pri Pri, e infatti è amica sua, e non per me… e sospiro alle male accoppiate del mondo. Il quarto, in libertà, è volato via assieme all’ultima settimana passata insieme mentre agosto spegne l’estate e tutto sembra ancora andare bene prima dell’estrema solitudine di settembre. E per sentirmi meno solo l’ho abbracciata, l’ho abbracciata e mi ha abbracciato e ho scoperto che è calda, piena di un calore che non sento da tempo e forse posso davvero passarci sopra alla faccenda di Rolling Stones, in fondo io una volta ho letto un quotidiano. Ero alla stazione e c’era la foto di un tizio con il calzino bucato e così la curiosità fregò il mio lato felino. Mi chiedevo chi mai potesse essere sto stronzo finito in prima pagina per un calzino bucato.
Il quinto libre ormai è sociale, ridiamo e scherziamo, ho la smandriellata in programma che quasi entro già in tiro adesso.
Ho la situazione in pugno e sono su di giri così dico la prima cosa me mi passa per la testa, che in questo momento sembra l’interno di una stazione spaziale sovietica abbandonata, e dedico il libre a quel programma, “Uomini e Donne”, che sta rovinando la nazione con questi finti corteggiamenti tra ricchi che opprimono la classe debole e inferiore. Ah no. Questo no. Vedo le sue labbra che si muovono a due passi dalle mie. Avrei potuto farci entrare di tutto in quelle labbra con un altro giro e con altre parole e invece esce fuori ben altro da quella bocca. Maria non me la tocchi!

Mentre sto mormorando qualcosa di incomprensibile attraverso la mia bocca impastata, la smandriella si alza e se ne va.
La sua coppia di amici segue a ruota ma tornano un attimo indietro per dire a Pri Pri che vista la situazione gliela offrono loro la consumazione.

E io? E a me? La mia? Tanti modi per porre una domanda e conoscere la stessa risposta.A fanculo.Ho dentro l’inferno. Grido:
– Ci sono!

Anche se non è una novità vorrei essere altrove. A casa, sotto un sasso, dietro alla lavagna. In un posto dove non mi si possa vedere facilmente. 3 anni, non un mese e non mi vede nessuno. Invisibile.
Invisibile come i miei 3 anni d’amore spezzatisi sotto la debole brezza di settembre. Non sono invece invisibile per Pino il barista. Figura leggendaria del tacco d’Italia. Dicono che quando era emigrato al Nord, prima di tornare, abbia fatto fortuna nel campo dell’editoria porno. Certo un po’ un porno maniaco con quei baffi e quella pancia lo sembra proprio ma potrebbero solo essere le solite voci di paese. Fortuna che mi conosce da quando avevo 15 anni e mi prestava le prime sigarette. Sigarette che tra l’altro, non gli ho mai ridato. Hei Pino…gli faccio quando lui mi anticipa; Hey Joe, segno? Annuisco e faccio per uscire, non c’è mai da aggiungere molto ai debiti.Poi mi giro:
-Hei Pino?
-Sì?
– Sai che Sting riesce a scopare per 6 ore?
– No, non lo sapevo ma sai che palle… 6 ore a scopare con la stessa donna, se fosse un’orgia magari.
Ridacchio- Bravo Pino, per questo vengo qui.

-Pensavo che venissi qui perché sono l’unico locale che ti fa credito, oltre che a essere l’unico locale della zona.

– Su questo rifletteremo quando sarò meno sbronzo Pino, tu intanto continua così e mi raccomando, continua a tenerti lontano da Rolling Stones.

Gli offro le spalle e mi giro, uscendo così dal locale che ora è diventato come la mia mente, vuoto cosmico e siderale di un punk slavista precipitato per caso nella piana del Salento, già, questo potrebbe essere un ottimo titolo per un articolo di Rolling Stones o, se ci aggiungo un calzino bucato andrebbe bene anche per un quotidiano. Questa è un’epoca dove si ascoltano le previsioni del tempo piuttosto che il prossimo e finisco così con il cammino solo per le strade del paese, non una luce, l’illuminazione da queste parti è qualcosa di davvero poco pubblico. Può farti luce un televisore che compare da dietro qualche finestra, il bar in piazza o la luce delle stelle di Puglia. Per il resto, qui non c’è luce, scordatevela. Mi affretto a rientrare. La strada è lunga e quando ti ritrovi ad avere più anni sulle spalle che soldi in tasca capisci che qualcosa non va e che quella stronza ha solo toccato qualche nervo scoperto. Non me ne importa nulla. Dei soldi non me n’è mai importato ma sapere che a lei, La Stronza, non basta più il pollo fritto e grasso di Gino, le pittole unte di Maria o il fragrante pane con le olive del forno di Spanu, beh fa male.
Sapere che ha scelto le cene nei ristoranti alla moda di Milano e che ha giustiziato il tuo modo di vivere senza appello fa male.
Perfino i nazisti al processo di Norimberga hanno avuto modo di difendersi. Io no, in questa storia di merda e amore non ho avuto appello. Mi ha preso il cuore e me l’ha strappato via dal petto, provando a stamparci sopra un codice a barre, rovinando tutto.
Sono arrivato a casa, apro la porta e sul mio letto come sempre c’è lei: Silver Shirley, la mia chitarra, davvero unica visto che è doppiamente scordata. Nel senso che fu dimenticata da un turista tempo fa e nel senso che da allora non è mai stata accordata.
Sinceramente penso che prima o poi qualcuno dimenticherà un accordatore. Ogni tanto mi tradisce anche lei e spezza le sue corde, ma in linea di massima devo dire che mi è fedele.
La poso. Argentata e dolente com’è, contro il muro, in un contrasto di miseria e nobiltà. Non c’è nessuno.
Sono tutti fuori i ragazzi, persi dietro ad altre avventure.
Così come sono perso dietro a questa avventura finita.
Non riesco ancora pensare ad altro.
Il mondo è la fuori che va a rotoli: inquinamento, corruzione, politici, economia mentre Lady Gaga, Britney Spears, Justin Bieber e Ligabue, i quattro cavalieri dell’apocalisse musicale stanno cavalcando vero la fine del mondo musicale.
Aspettando l’Anticristo (chi peggio di loro?), prendo il portatile e mi connetto. Vampiro della rete, nuova razza di parassita tecnologico. Cerco qualche sua traccia su internet ma non c’è niente di nuovo a parte che le piace un quadro, un quadro che doveva essere in casa nostra dopo il nostro matrimonio. Beh il matrimonio è saltato, le resta sempre il quadro mentre il quadro della mia situazione è desolante. Domenica sera, guardo un video di Leonard Cohen su You Tube e già so che i dadi sono truccati ed è inutile incrociare le dita, la guerra è finita e i poveri come sempre hanno perso mentre il ricco è ancora più schifosamente ricco, che poi chi ha coniato questa espressione non deve mai aver provato la povertà. Essere schifosamente poveri è decisamente peggio. Cerco quel che c’è nel reparto medicine, i sonniferi americani comprati su e-bay non sono ancora scaduti. Li vorrei prendere tutti e mandare a fanculo il mondo. La sogno ancora, tutte le notti.
Un po’ come quando a scuola si sogna sempre di essere impreparato, di non essere all’altezza. Non sono stato alla sua altezza, non sono mai all’altezza di nulla. E nei sogni questo torna La Stronza non torna mai sola. Torna sempre con qualcun altro a tradirmi e mi sa che qualcuno mi ha gratuitamente abbonato al canale degli incubi. La sincerità del punk, brutta cosa visto il risultato.
Avrei voluta tradirla io e scoparmi qualsiasi cosa fosse passata nella zona di caccia del mio tiro ma non ce l’ho mai fatta.
Ero sincero. Ero suo. Certo che deve essere divertente trovarsi a giocare con un bambolotto punk che ti dedica le sue canzoni così come la sua vita a riff veloci e a depressione ascesa. Meglio che giocare con quel frocio di Big Jim che spacca una tavoletta già spaccata, prima delusione della vita… Non ce la faccio e guardo alla chimica. La soluzione finale, nella storia dell’uomo, è sempre qualcosa di legato alla chimica.

Una ragazza israeliana che mi sono scopato anni fa aveva provato a insegnarmi l’ebraico. Era venuta in Italia a studiare l’arte e la cultura. Lei che arrivava da una cultura più antica della nostra si accorse presto che, a parte il barocco di Lecce, da queste parti come cultura non c’era molto e che alla fine del suo viaggio, arrivato dopo la notte della Taranta, aveva scambiato sabbia per sabbia. Si era appassionata ai “White Rubbish” dopo una nostra esibizione lampo, a tal punto che voleva addirittura portarmi a vivere in un kibbutz ma la strada del giusto destino è come una buona canzone punk, corta e veloce. Oltre alla sua abilità orale, cosa che mi faceva impazzire, si dedicò nell’impegnarsi a insegnarmi la traslitterazione di due lettere ebraiche:
la r e la k. Come mi spiegò brevemente, gli ebrei avevano fretta nel deserto e per questo motivo oggi si ritrovano con un alfabeto quadrato senza troppe rotondità e curve, davvero molto punk.
Ora che ricordo nemmeno lei, Natalie, aveva molte curve.
Rak Kar, lo specchio simmetrico in ebraico della mia situazione.
Rak Kar, soltanto freddo. Potrei farmelo tatuare.
Rak Kar. Questa è la frase che da giorni campeggia sul mio messenger ma nessuno mi ha mai chiesto che significa.
O sanno tutti l’ebraico o Natalie in Italia deve essersi passata tutti i miei contatti messenger. Ma pensare al sesso degli altri è qualcosa che in questo momento che non mi conviene.
Mi uccide. Mi uccide perchè non mi tira. Mi faccio pena, nel senso di pietà. Lo stomaco è a pezzi e si contorce come una bestia senza controllo. Da messenger nessuna notizia. Mi loggo fuori in fretta.
Sono un coglione anche solo ad aspettare chi non vuole essere aspettato. Me lo han detto tutti. Non è da me.
Non so più cosa sia da me o meno. L’occhio cade ancora sui sonniferi. Tutti no, ma voglio un sonno senza sogni. Così come la mia vita da sempre. Senza sogni. Non mi posso permettere il lusso di sognare. Sono sul fondo di uno stagno, dove secondo la pizzica ci stanno le ranocchiole a cantare. Le ranocchiole, nomignoli affettuosi del cazzo. Nella mia mente le ammazzo tutte.
Una ad una. In modo sadico. Come in quel vecchio videogioco che ci giocavo da piccolo, Frog, dove dovevi aiutare una rana quadrata ad attraversare la strada in un mondo quadrato, in quella specie di borghese romanzo zen di formazione virtuale spacciato per videogioco. Ora le aiuto a morire dolorosamente. Scoppiano.
Sanguinano. Si scorticano. Implodono. Tutte cose che vivo quotidianamente da tempo. Che vadano a gracidare d’amore altrove penso mentre ingoio una pastiglia e guardo l’etichetta. La notte è lunga e non mi fa paura. Mi vengono allora in mente le parole del testo della canzone che cercavo ieri pomeriggio. Benedetti siano i Sonic Youth e il loro cultural punk!

You’re it No, you’re it
Hey, you’re really it
You’re it No I mean it, you’re it
Say it Don’t spray it Spirit desire (face me) Spirit desire (don’t displace me)
Spirit desire We will fall
Miss me
Don’t dismiss me
Spirit desire Spirit desire
We will fall Spirit desire
We will fall Spirit desire We will fall Spirit desire We will fall
Everybody’s talking ’bout the stormy weather
And what’s a man do to but work out whether it’s true?

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=4z_ipRtcnqM&w=425&h=349]

Segnalazione

Grazie a Federico Beltrami, il corto Io, Mio e Dio è in concorso al Corti Vivi Film Fest:

IO MIO E DIO (Italia, 2011, 4’ 22”)

regia e montaggio: Federico Beltrami

fotografia: Gianni Beltrami

Video tratto da un testo teatrale di Fabio Izzo, scrittore di Acqui Terme. Un uomo tenta il suicidio alle soglie dei 27 anni, come Kurt Cobain. Un ponte lo attende per il grande salto, ma una voce lo ferma; forse la voce di Dio. Sarà l’occasione per un tragicomico colloquio sulla condizione umana.

Federico Beltrami ha lavorato come attore assieme alle compagnie teatrali Lenz Teatro e Masque Teatro, e con i registi cinematografici Paolo Sorrentino ed Ermanno Olmi.

http://www.artivivefestival.it/2011/cortivivi-film-festival

il circo degli dei

Avrei potuto avere degli aiutanti.
Mi era permesso anche questo. Già, avrei potuto avere qualche assistente, consulente o stagista, tutto regolarmente a basso costo o tutto ovviamente gratis visto il budget che mi veniva concesso.
Non ero molto bravo in matematica ma considerando il risibile livello delle risorse messe a mia disposizione chiesi all’ispettore.

– E chi volete che lavori per queste cifre?
– Questi

Mi mostrò una colonna di carta alta più di un metro, che se ne sta lì a sfidare la gravità e il buonsenso.
– Questi? E cosa sarebbero?
– La domanda giusta sarebbe Chi ma sono i curriculum vitae di tutti i tuoi aspiranti aiutanti, sentiti libero di scegliere chi vuoi, sono già stati scremati. Vanno tutti bene.
– Dovrò fare dei colloqui allora.
– Liberissimo, se hai tempo da perdere
– Tempo da perdere, ma mi scusi Sullivano in che altro modo dovrei procedere?
– Semplice no, ne peschi due o tre a caso e il destino avrà scelto per te.
AH

Ecco, comincio a pensare che mi abbiano selezionato in questo modo, ero finito in una bizzarra lotteria di disperati e una mano qualunque mi aveva sorteggiato, beh, poco male, in fondo è questa la vita in qualche modo.

-Io vado, vedi tu che vuoi fare, basta che ci comunichi poi i nomi delle persone da lei selezionate dopo i suoi colloqui, così prepariamo i documenti…sa com’è la burocrazia…ah ah proposito, questo è per te.

Così dicendo mi porse una tesserino di plastica, anzi no, plastificato e un po’ sbiadito, dove c’era una mia foto ( la riconosco, è quella della mia recensione)

– E cos’è
– Il tuo tesserino

Sopra c’è scritto consulente casi speciali

– Ah grazie e che poteri mi da?
– Beh se riesci a volare o a sparare raggi dagli occhi sono cavoli tuoi.
– Ma no, dicevo che ci posso fare con questo ?
– Nulla, puoi mostrarlo in giro e se qualcuno ti crede tanto meglio, al massimo poi se hai problemi telefona a noi. ah e mi raccomando, ogni volta che entri ed esci dall’ufficio passalo nel lettore, è per il conteggio delle ore, sa sei pagato all’ora, ma oggi non ti affrettare, non è ancora in funzione
– Cioè non lo devo passare?
– No no, non è ancora funzionante, anche perché non sei ancora pagato, lo sarai quando avrai la task force funzionante, cioè quando avrai scelto i suoi assistenti. Quindi puoi scegliere con calma, selezionare i curriculum o fare come ti avevo detto io.

Già, la fretta dei soldi

-Ma la foto?
– Eh beh, era l’unica tua foto pubblica in circolazione.
– E perchè l’avete messa?
– Perchè sapevamo che non avresti rifiutato. Buon lavoro.

Forse l’ispettore aveva visto troppa televisione ma tant’è che aveva voluto una task force su questo caso. Task force, oddio no se se sia il termine giusto visto che guardo poca televisione.

– Hai carta bianca, mano libera, ingaggia chi ritieni più opportuno.
– Ma il budget?
– Già. Il budget è questo…-porgendomi un foglio- bisogna sempre tenere d’occhio il budget.
– Ma con questa cifra…
– Non è molto lo so.
– Chi posso ingaggiare con questa cifra?
– Per questo hai carta bianca.
– Un team, un equipe, una squadra? E come faccio con sta miseria.
– Ingegnati, cribbio, è il 2011: consulenze, stagisti…nessuno ti darà torto.

Nessuno mi darà torto, sono una consulenza esterna e sotto di me ci sono solo gli stagisti.
Misi quindi un annuncio su Internet dove risposero in molti, un giorno potrò forse scriverci in intero libro su questa disperata selezione. Alla fine selezionai due membri per il mio team. O almeno solamente una persona accettò il contratto che potevo proporgli.
Heimar Gunther Muller, drammaturgo della DDR. Nessuna parentela con il ben più noto Heimer Muller, a volte una lettera cambia la vita. Haimar Gunther accetto perché non aveva niente di meglio da fare in primis e in secondo luogo perché era un maniaco sessuale e pensava che da poliziotto o da pseudo poliziotto avrebbe avuto qualche chance in più.

– Eppure dovresti essere spaventato dalle divise
– Perché?
– Beh durante la DDR…
– Durante la DDR che
-Beh la stasi, le polizie segrete, le divise vi terrorizzavano
-Davvero?
-Sì
-E chi lo dice?
-C’è scritto nei libri di storia
-Mai letto
-Ma l’hai vissuto!
-Mai vissuto
-Ma…
-Ma…lo sai cosa facevano i militari nella DDR?
-Facevano paura?
-Ma che paura e paura….scopavano! Il fascino della divisa
-Ah anche lì, il fascino della divisa…ma quella dicevi non è una divisa è una pseudo divisa
-Quindi una pseudo divisa ha uno pseudo fascino?
-Per delle pseudo scopate ma meglio che stare a casa a non dover fare nulla facendo cadere la forfora sui fogli bianchi

Perché la gente scompare? Me lo sono sempre chiesto di fronte alle fotocopie attaccate con lo scotch che si trovano in ogni dove. Ancora oggi ne ho vista un’altra, un ragazzo scomparso, nessuno sa dove e perché. Davvero. Era lì abbracciato con il suo cane e sembravano felici. Ora saranno tristi entrambi. Si scompare, penso, perché si viene dimenticati. Certo i problemi hanno un loro peso, ma tutti hanno dei problemi e mica tutti scompaiono, ne sono certo perché quando ho alzato gli occhi dallo schermo del computer Gunther era lì alla macchinetta del caffè dove è sempre. Lui è sempre lì. Già. Penso che l’unico motivo per cui Gunther possa scomparire sarebbe quello della scomparsa della macchina del caffè. Gli altri, gli scomparsi, vengono dimenticati, Non hanno più una spalla su cui piangere, un sorriso con cui scaldarsi o una stretta di mano per cui andare avanti, senza parlare dei baci scomparsi. Troppe volte dimentichiamo quello di cui ha bisogno l’umanità. Questii sono i pensieri che mi frullano al momento mentre sto lavorando sul caso del Circo degli Dei, Gunther l’ha ribattezzato così. Lavorare su un caso di persone scomparse non è certo facile e non ti fa stare in pace con te stesso

– Gunther?
-Sì? senza nemmeno girarsi
Secondo te perché le persone scompaiono?
– Avranno problemi di alitosi, gli puzzeranno i piedi e le ascelle.
– Ma dimmi un po’ Gunther di che parlavano i tuo drammi teatrali nella DDR
-Di questo di quello, dipende da quello che mi veniva commissionato. Pensa che una volta ho scritto un dramma sula vita di un kolchoz, un collettivo, che doveva battere il record di raccolta delle uova. Tutti gli sforzi del collettivo, per quell’anno erano rivolti al tentativo di abbattere il record di collezione delle uova nell’Urss.
-E poi ? Riuscirono a battere il record?
– No perché il germe capitalista si era insediato all’interno della comunità e il figlio del sindaco vendeva sottobanco, in nero, le uova del suo kolchoz al collettivo vicino, che era poi quello che deteneva il record.
– Ed ebbe successo?
– Un grande successo, fu trasmesso anche alla radio
– Un radio dramma?
– Sì
-Ma dimmi Gunther a questo figlio del sindaco puzzavano le ascelle?
-No
-Soffriva di alitosi?
-No, perché?
-Perché una cosa del genere merita di sparire, ecco perché.
-Erano altri tempi…
-Già, ma hai mai scritto qualcosa su gente scomparsa?
-Mm fammici pensare perché?
-Non so magari ci potrebbe essere d’aiuto nel nostro caso.
-Fammici pensare, fammici pensare…sì
– E cosa?
-Avevo scritto un dramma su uno scrittore che nessuno leggeva e quindi scompariva, svaniva, come in dissolvenza.
-Bello
-Ma fammi vedere cosa abbiamo qua?
-Non molto
-E’ un elenco di nomi
-Già
-Di persone scomparse
-Già
-E dove sono scomparse?
-Sai che non lo so
-E come possiamo saperlo?
-Beh facciamo delle indagini
-Aspetta
-Cosa?
-Siamo pur sempre in un commissariato di polizia, avranno fatto loro delle indagini

Chiamai così il mio responsabile: -Sullivano?

-Dimmi

– Mi ha fornito la lista dei nomi delle persone scomparse…
-Sì
-Per farmi indagare sul caso
– Già
-Ma non mi ha detto dove sono scomparse

-Voi scrittori, mai a guardare la tv la sera come i comuni mortali, vero?Sarebbe chiedervi troppo di guardare 2 notizie o passare il tempo sfogliando qualche giornale? La vostra task force è stata creata per indagare sul caso del “Circo degli dei” leggete qui