Gustaw Herling- il Pellegrino della libertà

Gustaw Herling Grudzinski è stato uno scrittore polacco di adozione napoletana. La sua vita, così come la sua prosa, ha sempre sposato l’idea della libertà, non deve perciò sorprenderci il titolo di questa raccolta di testa, perché sì, possiamo dirlo, leggendo nemmeno troppo tra le righe,che il suo percorso in terra è stato un pellegrinaggio, un atto di fede, verso questa idea che per troppo tempo gli è stata negata, vedi la prigionia in URSS.

Parole precise, anche se mai troppo misurate, mirate al bersaglio, come solo un combattente sa fare. Lui che per la libertà ha combattuto davvero, onorando il motto risorgimentale dei polacchi in Italia “Per la nostra e la vostra libertà”.

Herling Grudzinski è uno scrittore che ha provato sulla sua pelle una delle prigionie più dure e crudeli,  quella alla Sovietica che è stata espressa nella barbaria dei gulag, per i prigionieri politici.Tutto nella sua scrittura e nella sua vita è andato inevitabilmente a legarsi con lo spirito della libertà. Anche la sua opera maggiore, cioè la più conosciuta, cioè “Inny Swiat” ( in Italia tradotto e pubblicato da Feltrinelli con il titolo di “Un Mondo a Parte”), dove raccontava la sua incredibile, nel senso di terribile, odissea in cattività, all’interno del grande ventre dispotico di quel che fu l’apparato sovietico, è un resoconto certosino e trasparente su quel che può essere quando viene negata la libertà agli uomini. Herling Grudzinsli, qui in questa edizione curata dalla figlia, Marta Herling, incontra l’Herling uomo che ha attraversato l’Europa, raccontandoci la sua storia di libertà errante, prima come soldato del corpo d’armata polacco agli ordini del generale Anders, trionfatori a Monte Cassino, poi come l’intellettuale ospite di Benedetto Croce, fermandosi fisicamente a vivere nella splendida cornice della costa campana ma restando artisticamente e mentalmente sempre in movimento, costantemente in cammino, rimanendo appeso a quel labile filo di equilibrio che l’ha fatto sempre sentire un uomo libero.

Lì dove le nude rocce di Posillipo si inerpicano nell’azzurra criniera di onde marine…immaginate, immaginate la scena, respirate, chiudete gli occhi, riflette e lasciate uscire tutto per leggere e comprendere questo autore, questo uomo.
Gustaw Herling Grudziniki è nato a Kielce nel 1919 ed è scomparso a Napoli nel 2000. Ttitoli consigliati:

Requiem per il campanaro, L’isola e La notte bianca dell’amore -edizioni l’ancora del mediterraneo

A Monteccasino, sull’obelisco innalzato in onore dei soldati polacchim in cima a quota 593 è riportata in quattro lingue (polacco, italiano, francese, inglese) la significativa iscrizione: Per la nostra e la vostra libertà noi soldati polacchi demmo l’anima a Dio, i corpi alla terra d’Italia, alla Polonia i cuori (Za naszą i waszą wolność my żołnierze polscy oddaliśmy Bogu ducha, ciało ziemi włoskiej, a serca Polsce)

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Warszawa nel 1973 secondo David Bowie

Oggi, 11 gennaio 2016, il mondo piange il genio di Bowie, do widzenia, Duca.

Voglio ricordarlo così, con un aneddoto riguardante una delle sue canzoni meno famose, ma da me stra ascoltata al tempo de “Il Nucleo”… Non tutti sanno che David Bowie visitò Varsavia nel 1973 e ne rimase sicuramente impresso, infatti alla capitale polacca, insieme a Brian Eno, volle dedicare un pezzo, principalmente strumentale, che fu poi inserito nell’album pubblicato nel 1997, Low. Tornando in Inghilterra dall’Unione Sovietica, l’artista fece una breve sosta in città, passeggiando dalla stazione di Warszawa Gdanska fino a Plac Komuny Paryskiej (oggi Plac Wilsona) dove comprò alcuni dischi. Tra questi acquisti c’era anche un vinile degli Zespół Pieśni i Tańca “Śląsk” im. Stanisława Hadyny, gruppo noto anche per le sue collaborazioni con Wojciech Kilar, che ne ispirò la melodia. L’arrangiamento vuole rievocare la desolazione stessa della città, avvertita dal Duca Bianco all’epoca della sua visita nella PRL, cioè la Repubblica Popolare di Polonia, mentre il testo, non vuole dire assolutamente nulla, tra i vari super poteri di Bowie mancava infatti quello di parlare polacco.

 

 

Varsavia, 1973

Varsavia, 1973

 

 

 

 

Napoli campione d’inverno, non ci sono più le stagioni di una volta

Si dice campione d’inverno e si legge mezze scudetto, ma a Napoli, capitale mondiale della scaramanzia si pensa anche che non ci sono più le stagiono di una volta se laggiù, al sud, si diventa primatisti della parte invernale del campionato nazionale di calcio.

Cose che non succedevano da anni, 25, 26, ma i numeri per ora non contano. Conteranno alla fine, il resto, per ora, è gioia.

Transatlantico di Gombrowicz: l’Argentina come punto di vista privilegiato sulla cultura stantia del mondo

“Non intendo invitare alcuno ai mie gnocchi stantii”, così scrive Gombrowicz già a pagina uno del suo romanzo, ma più che un invito è una dichiarazione di intenti, come andremo a vedere, o una chiava di lettura offerta fin da subito al lettore più distratto. Un punto di vista particolare, la lontananza, l’unica ubicazione che offre la migliore possibilità di vedere meglio i dettagli.
Cominciamo dunque con un paradosso, termine non nuovo nella prosa di quel maestro della penna che fu Witold Gombrowicz, scrittore polacco che visse parte della sua esistenza da esiliato, in Argentina, nella città di Buenos Aires. Da fuggiasco, da esule, da persona non grata, Gombrowicz riuscirà a ribaltare tutto, almeno nelle sue vive pagine letterarie, facendo della sua condizione svantaggiata un punto di vista privilegiato sul mondo.
Lo scrittore affermatosi con Ferdydurke troverà il modo di raccontare, di criticare quel suo Vecchio Continente, abbandonato a malincuore, destinato a scontrarsi con le forze del nuovo mondo. Ai più attenti conoscitori della letteratura sudamericana, e di quella argentina in particolare, non sfuggirà il grottesco episodio, camuffato in ambito letterario, presente nelle pagine di Transatlantico, dove lo stesso Gombrowicz, o il suo alter ego letterario di turno, si incontra e dialoga con Eduardo Mallea.
La valigia di Witold Gombrowicz
Questo incontro verbale si può riassumere con un tutto è già stato detto, ogni teoria, ogni avanguardia, ogni scrittore, tutto è già stato. Nel dialogo tra lo scrittore sudamericano e quello europeo non potrà risulterà che tutto è già stato detto e scritto. Gombrowicz, dal suo punto di vista sudamericano, nel 1939, si diverte quindi a spogliare in poche pagine la presunta originalità europea dell’epoca, mescolando idiomi e anime, per finire a parlare da clandestino della tradizione argentina.
Ma qual è la tradizione Argentina? Come si può diventare universali partendo da una periferia del mondo, sia questa la Polonia stessa di Varsavia o l’Argentina di Buones Aires, capitali paradossali? Non esiste una risposta unica anche se tutto è già stato detto. La letteratura, come amo spesso ricordare non è una scienza esatta e per questo arriva direttamente all’anima delle persone, ma la soluzione, o per meglio dire lo spunto, la riflessione, che il moschettiere della letteratura polacca (gli altri due, da ricordare doverosamente, sono Schulz e Witkiewicz) ci propone è quella figlia dell’appartenenza a una cultura considerata di serie B, conflitto che il continente sudamericano vive da sempre nei confronti dei cugini del Nord.
Un’edizione del libro
A questo proposito pare d’obbligo estrarre dalle pagine di questo romanzo una delle citazioni più famose dell’autore, cioè quel: Il Consiglio del Vicino è sempre Male Intenzionato. (da Trans-Atlantico, traduzione di R. Landau, Feltrinelli, 2005²). Dunque una delle possibilità per colmare il gap con il resto del mondo non può che essere l’irriverenza, tema che lo scrittore polacco tornerà a sviluppare e ad approfondire nella sua opera più famosa, Ferdydurke. Una tradizione irriverente non può quindi che essere ricca di aggregazione, di miscugli d’anime, di grovigli e di trame vittime del destino, una definizione, già vista per l’appunto del continente sud americano, di quel luogo di partenza per le avventure picaresche di un conte apocrifo e della sua banda, imbarcatasi in Argentina alla volta della Polonia.
Fabio Izzo
post precedentemente apparso su Ser cultos para ser libres

L’ottavo giorno della settimana e il mestiere più antico del mondo: Marek Hłasko

Amo leggere le biografie, ufficiali e non, le autobiografie, i rapporti epistolari degli scrittori, grandi o meno. Che poi cosa fa che uno scrittore sia grande? Poco o nulla, non le storie che ha raccontato o come le ha raccontate ma i numeri, i numeri di vendita e forse questa è la beffa più grande per gli umanisti perché la letteratura non è una scienza esatta e non lo sarà mai, è arte, indecifrabile, alla portata di tutti con la sua semplicità.

Così ho letto il volume a fumetti sulla Szymborska e purtroppo, splendido nei disegni, non ne ho apprezzato la parte biografia, personalmente avrei scelto altri aneddoti, altri episodi ma non l’ho scritto io e va bene. Ho amato la biografia di Salinger uscita da poco, quella di David Foster Wallace, Every love story is a ghost story è in lettura in parallelo ai suoi romanzi e scritti. Tutto perfetto, come sempre, fino a quando apprendo da “The History of Polish Literature” scritta da Czesław Miłosz che Marek Hłasko ha fatto il camionista ma non solo, anche the pimp, già, il protettore, il magnaccia, e vai a riassumere una vita così, dall’ottavo giorno della settimana in poi, attraverso l’espressione dei numeri.