Acqui Terme: le guerre stellari dell’Ospedale

Io sono nato qui.

Per sbaglio o per destino, non sta a me stabilirlo.

Le mie radici, in qualche modo sono qui, nel retaggio della famiglia Ottolenghi. Stadio, via e villa portano ancora il nome di questa nobile famiglia.

Vidi la prima luce all’ospedale vecchio, anni e anni fa ormai, sono quasi vecchio quanto il primo Guerre Stellari, o se volete essere contemporanei, Star Wars che dir si voglia.

Di tempo, dalle nostre sale cinematografiche re-invase dalla fantascienza ne è passato, e l’antica Grandeur, spesso rispolverata dalle memorie dei nostri vecchi è sempre più fantascienza.

Tra sacro e profano Acqui ha perso la sinagoga, deturpata e consegnata al virus edilizio la notte prima di diventare monumento nazionale, così recita la targa in Corso Italia.

Persa la battaglia del teatro Garibaldi (cosa c’è adesso al suo posto?), abbiamo visto andar via il carcere, la caserma, le terme militari e il Casinò. Già, questa è l’unica città che si è venduta il Casinò.

Strano ma vero, roba da settimana enigmistica, anche se in effetti ci vorrebbe più di una settimana per risolvere questi misteri.

Così dopo anni di promesse o di parole gettare al vento sull’Asti-Mare, mitologica autostrada che avrebbe dovuto portare Acqui verso collegamenti accessibili…o a livello umano…(ditemi, avete mai provato ad arrivare qui da Milano, cambiando tre treni? Il turismo termale si incentiva anche così da queste parti) resta più probabile l’abbattimento del Turchino invocato nell’antico Portobello di Renzo Tortora per togliere la nebbia a Milano.

Di fantascienza qui ne ho vista anche troppa…di ospedali invece, questa è una triste profezia, nemmeno Lucas e J.J. Abrams potranno riportarcelo.

 

Vezzi Monferrini

Caminante, no hay camino, / se hace camino al andar 1 Antonio Machado Se Lord Verulamio nel suo Of travel consigliava già nel 1625 che il gentleman destinato al Grand Tour intraprendesse il viaggio provvisto di guide, lo stesso milord – come rilevava non senza ironia il nostro conterraneo Baretti – non si sarebbe concesso di visitare nessun luogo che non fosse già sulla bocca di tutti. Agli odierni emuli di Phileas Fogg, ancorché privi di un fedele Passepartout, presento il mio modesto Baedeker per un Tour nell’Alto Monferrato acquese. Il compito assegnatomi, permettete, era alquanto difficile anche se il mio incarico non comprendeva tutto il paese wo die Zitronen blühn : « poco meno di una cartella » per illustrare le attrattive di ben 26 comuni nostri. Ho pensato quindi di escogitare una sorta di gioco basato sulle peculiarità di ciascun paese onde il visitatore possa, a suo piacimento, inventarsi un percorso secondo i propri interessi. Nulla vieta che i cammini si incrocino o si sovrappongano. Una sorta di Primiera « Uno, due, tre, / cerco il Papa e trovo il Re, / cerco il savio e trovo il matto, / cerco il cane e trovo il gatto, … », ricordate? Oppure una specie di Domino in cui, al posto delle tessere d’ebano e di avorio, sia disposto sul tappeto verde quanto può invogliare verso l’Alto Monferrato augurando al gradito ospite, come auspica Ferdinando Albertazzi, di trasformarsi nel « “viaggiatore definitivo” di Baudelaire, appagato non dalla meta, bensì dal dipanarsi del viaggio ». Ora giocheremo un po’ coi numeri, la numerologia non è nient’altro che lo studio della possibile relazione mistica o esoterica tra i numeri, per l’appunto, e le caratteristiche o le azioni di oggetti fisici ed esseri viventi, ma questo ce lo dice Wikipedia, che passa da Google, per intenderci, mentre i nostri numeri nascono dalle radici del cuore e dalla vista della memoria, la numerologia da noi applicata si comporta anche così perché nel Monferrato, cielo applicato coi suoi fumi di spirito e con le sue nebbie alla terra, le leggi del mondo vanno anche così. Andando per ordine cominciamo dall’ 1, cioè dal paesaggio dominato dal Monviso tra vigne e calanchi, enumerare i nomi è solo un bieco elenco, elenco che va vissuto, visto e ascoltato, tra le alture e le cadute della voce di un nostro cantore, quel Luigi Tenco che semba sempre dover riapparire da un momento all’altro per le vie di questo percorso composto da Alice Bel Colle, Ponzone, Castelletto d’Erro, Montechiaro d’Acqui, Denice, Morbello Ricaldone. Nella nostra partita a scacchi numerica non possono mancare le torri che si muovono in avanti, e indietro, con moto circolare, ricordate che il Monferrato ha leggi tutte sue, per comporre quel numero 8 dato dalla somma delle Torri di: Bistagno, Cartosio, Castelletto d’Erro, Cavatore, Denice, Merana, Terzo, Visone. 1, certo, torniamo indietro e raddoppiamo il numero 1 già incontrato in quel raro esempio di Torre atterrata: “Torre del Marocco” Morbello. Terra di fiabe e di leggende e i Castelli? Ci sono e sono 5: Castelnuovo Bormida, Melazzo, Morsasco, Orsara Bormida e Prasco. Mentre sono di più i resti, ben 6 sono le località dove si possono ammirare le memorie spezzati di antichi Castelli: Grognardo, “La Tinazza” Moncrescente di Melazzo, Montechiaro d’Acqui, Morbello, Ponti e Visone. 1 è invece e anche il Ponte medievale di San Rocco a Spigno Monferrato, e se ricordate l’1 l’abbiamo già incontrato 3 volte, e la somma fa 3, come le cinte murarie quattrocentesche con fossato e ponte che troviamo a Rivalta Bormida, Strevi e Visone. Non può quindi mancare il 2 , qui di Villenove a Bistagno e a Rivalta Bormida. Ma 1 è ancora la Porta gotica nel recinto murario di Pareto. Dopo l’ennesimo 1, nel nostro gioco , siamo arrivati a 4 Absidi, come i di Pievi di epoca romanica: San Lorenzo a Cavatore, San Secondo ad Arzello di Melazzo, San Vito a Morsasco, Santi Nazario e Celso a Prasco. Ma 4 sono anche le Chiese con strutture romaniche: Santa Maria dell’Assunta a Bistagno, San Michele a Malvicino, Sant’Anna a Montechiaro d’Acqui, San Pietro a Visone. 4 sono anche i Musei da non mancare e da ricordare: Gipsoteca Giulio Monteverde a Bistagno, Museo della civiltà contadina a Montechiaro d’Acqui, Museo di arte sacra a Ponzone, Museo Tenco a Ricaldone. C’è tutto? No, manca ancora qualche 1 che è ormai il numero preferito del nostro monferrato, così come 1 è l’ Abbazia: San Quintino a Spigno Monferrato, fondata nel 991, 1 è il Parco secolare: “Il Quartino” già dei marchesi Scati a Melazzo e 1, in questa partita a carte magiche è il Jolly , cioè Cassine. E allora, Signore e Signori, faites vos jeux. 1 Grazie a Piero Bottino per la citazione. ÷ Lionello Archetti-Maestri, nato ad Acqui e quindi sgaientâ, vorrebbe trasmettere ai futuri ospiti l’amore, coltivato in anni di studi e ricerche, per il suo locus geniale. Ci sarà riuscito? Lo spazio e non la dietista gli ha impedito di illustrare le molteplici validissime lusinghe eno-gastronomiche e per questa omissione si appella alla Loro clemenza. ÷÷ Viandante non c’è un cammino, la via si fa con l’andare. Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn? [Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?] J. W. Goethe, Wilhelm Meister. Gli anni di apprendistato

non so

Da italiano sono tante le cose che non so
Non so cosa è successo a Bologna e a Brescia
Non so perché la gente vola giù dalla finestra
Non so nemmeno perché gli aerei cadono

Non so quali siano i componenti del pentapartito
Nemmeno in cosa si trasformasse poi davvero Giolitti,
non penso in un razzo missile,
non so cosa voglia dire il quadrato del Sator
o chi sia stato il mostro di Firenze

Non ho mai saputo poi
se è più forte Hulk o la Cosa,
quanti gol avrebbe fatto Pelé in Serie A
O chi sia Elena Ferrante

 

Di traduzione, di amore e di poesia

Il poeta Francesco Tomada, in occasione della prossima pubblicazione da parte di Terra d’Ulivi Edizioni della prima antologia poetica in italiano di Vladimir Levchev, Amore in Piazza, raccomanda e illustra in questo modo il lavoro di traduzione fatto da Emilia Mirazchiyska e da me.

Vladimir Levchev è senza dubbio una delle figure più importanti della letteratura bulgara contemporanea. Autore di quindici raccolte di poesia, tre romanzi, una collezione di racconti e numerosi saggi, non si è però limitato all’impegno privato verso la scrittura, affiancando a ciò una incessante opera di divulgazione della letteratura altrui, sia come editore e operatore culturale, sia come traduttore (ricordiamo fra gli altri le sue versioni delle poesie di A. Ginsberg, T.S. Eliot, J. Keats). Il suo spessore artistico e culturale lo hanno portato a lavorare come docente in numerose università negli Stati Uniti, così come presso l’Università Americana in Bulgaria. Inoltre, come è probabilmente necessario e indispensabile per una personalità di tale importanza, non si è mai sottratto all’impegno politico e sociale, come testimoniano la sua appartenenza alle organizzazioni dissidenti ai tempi del comunismo e la sua attiva presenza pubblica odierna.

Per quanto i suoi lavori siano stati tradotti in numerosi stati, manca ad oggi una efficace diffusione della sua poesia in Italia, in quanto le traduzioni fino a qui effettuate sono state pubblicate solo sporadicamente. La selezione antologica “Amore in piazza” va quindi a colmare questa grave lacuna e, per quanto – come è ovvio – un campionamento delle poesie non possa sostituire la lettura di tutti i lavori di Levchev, appare costruita secondo criteri esaustivi e razionali. I testi antologizzati provengono da un ampio intervallo temporale ma, nonostante questo, si combinano a delineare un quadro unitario e compatto, che identifica tre itinerari principali nella poesia dell’autore, itinerari che caratterizzano le sezioni di cui si compone “Amore in piazza”: se la sezione “Amore” è quella di ambito più privato, “In piazza” raccoglie i testi di atmosfera più spiccatamente civile, e infine “Dio” si concentra su riflessioni di carattere religioso, umano, o che forse potrebbero essere definite come filosofiche.

Nel trasporre in una lingua straniera una poesia ricca di sfumature come quella di Vladimir Levchev, appare fondamentale il ruolo della traduzione. Merita dunque spendere alcune parole su chi siano i traduttori, Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo, e poi sulla metodologia utilizzata e sugli obiettivi del loro lavoro, a cui in alcune fasi ho avuto personalmente occasione di collaborare e che pertanto ho avuto modo di apprezzare nel dettaglio.

Emilia Mirazchiyska vive e lavora a Sofia, dove dirige la casa editrice Scalino. Oltre ad aver insegnato per anni al Liceo Italiano a Sofia, già da lungo tempo si occupa di traduzione poetica dall’italiano al bulgaro. Negli ultimi anni ha inoltre maturato una notevole esperienza anche nel percorso opposto, curando la traduzione in italiano di diversi poeti bulgari come Georgi Gospodinov, Vladislav Hristov, Beloslava Dimitrova, Ivan Landzhev, Stefan Ivanov, Aksinia Mihaylova (elencati in ordine di tempo), traduzioni molto apprezzate alla loro uscita in Italia.

Fabio Izzo vive attualmente in Italia, ma ha alle spalle, oltre a studi letterari di notevole livello, numerose esperienze in paesi stranieri, soprattutto Finlandia e Polonia, che lo hanno formato dal punto di vista culturale e nella capacità di confrontarsi con la letteratura di altri stati. Autore di numerosi lavori in poesie ed in prosa, con questi ultimi ha recentemente ottenuto riconoscimenti importantissimi a livello nazionale, come il premio Città di Cava de’ Tirreni e il premio Grinzane Cavour – Sezione dialoghi con Pavese; va sottolineato come il valore della sua scrittura gli sia valso l’apprezzamento di uno dei maestri nell’ambito dell’interculturalità e del dialogo, cioè Predrag Matvejevic.

È tuttavia vero che Fabio Izzo non è propriamente un traduttore dal bulgaro, in quanto si occupa di traduzione dall’inglese in italiano. Va tuttavia sottolineato che alcune poesie di Vladimir Levchev nascono originariamente in inglese, e che molti dei testi selezionati per “Amore in piazza” sono stati tradotti in inglese dall’autore stesso in collaborazione con Alicia Ostriker, Henry Taylor, Carolyn Forche. Lo sguardo di Izzo dunque non appare quello di un lettore estraneo alla lingua originale, perché l’inglese, nel caso di Levchev, non può essere inteso come “straniero” e dunque come semplice lingua-ponte, ma va piuttosto visto come arricchimento e declinazione consapevole del bulgaro, in cui le poesie sono prevalentemente state composte.

Il lavoro di traduzione (a cui ho avuto, come detto in precedenza, il piacere di partecipare in alcuni casi) è quasi sempre iniziato a partire dalla prima versione in italiano di Emilia Mirazchiyska: in questa stesura Emilia si è sempre dimostrata estremamente attenta alle sfumature, sottolineando le possibili declinazioni di ogni singola parola e di ogni espressione, le implicazioni ed i richiami che al di fuori del bulgaro e della Bulgaria sarebbe stato forse difficile cogliere. Su questa versione, che peraltro in diversi casi è risultata molto vicina a quella finale, si è inserito il lavoro di Fabio Izzo, condotto con la sensibilità che ne contraddistingue anche la scrittura. Il testo è stato dunque lungamente cesellato e rifinito, in modo tale da rispettare le espressioni e la metrica originali dove possibile, ma privilegiando in altri l’aderenza al significato e all’atmosfera evocata. Le scelte lessicali e grammaticali sono state condotte in modo tale da adattarsi al testo, per cui i registri utilizzati appaiono decisamente diversi nel caso in cui si tratti di poesie sociali o private o civili; quello che in effetti stupisce e sorprende della versione italiana delle poesie di Levchev è che, se il lettore non ne fosse informato, difficilmente potrebbe comprendere che si tratta di una traduzione, se non fosse per l’ambientazione geografica e storica dei testi. Sorprende inoltre come la lingua italiana utilizzata appaia – soprattutto nei testi più recenti di argomento politico – estremamente prossima a quella dell’attualità, non disdegnando di appropriarsi di espressioni tipiche della divulgazione dei mass-media, mentre riesca a mutare profondamente in altre circostanze, facendosi più sospesa, rarefatta o anche ancestrale. Particolare cura è stata inoltre posta dai traduttori sull’accessibilità dei testi, e sulla loro comprensibilità da parte di un lettore italiano. Per questo la scelta delle note esplicative al testo è frutto di una lunga riflessione, sia per rendere esplicita la collocazione storico-sociale delle poesie, sia per evidenziare richiami e citazioni che sono frequenti nella poesia di Levchev; a tutte queste scelte, va sottolineato, ha spesso contribuito in modo determinante anche l’autore.

Anche se in ogni caso la traduzione della poesia porta inevitabilmente in sé il rischio di una perdita, per tutti i motivi sottolineati in precedenza, e per il modo in cui si è sviluppata la collaborazione fra Vladimir Levchev, Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo, in questa occasione la trasposizione in italiano delle poesie di “Amore in piazza” implica anche la possibilità reale di un arricchimento, sia per quelli che hanno condotto il lavoro, sia – soprattutto – per chi avrà il desiderio e la fortuna di leggerlo. Per quanto mi riguarda personalmente, scrivo queste righe di presentazione con grande piacere e sincera convinzione, anche perché, avendo avuto la fortuna di partecipare in alcuni momenti, mi entusiasma la prospettiva che in un futuro prossimo avrò l’opportunità di approfondire la stessa esperienza con Emilia Mirazchiyska sulle poesie di una poeta che ho avuto modo di conoscere personalmente e che stimo moltissimo, cioè Aksinia Mihaylova, in quanto è prevista a breve la pubblicazione di una selezione delle sue poesie in edizione italiana.

 

Ineditando

 

 

Era delicata, morbida nella carne, rigida nelle ossa. La sua pelle pallida macchiava l’oscurità. Poteva sentirla tra le sue mani come mai prima di allora.

Stringerla forte per volerla e aver paura di farle male appena il tatto sentiva spuntare il tessuto osseo.

Stretta nell’accoglienza delicata nell’arrivo, era una parte di lui, semplice nella biologia, uniti dalla vita, tutto si riduce a uno dei semplici gesti, ripetibili ma non meccanici. Ad ogni movimento completava in maniera diversa l’attimo.

Nulla di riproponibile, nulla di meccanico.

L’amore era di quanto più lontano ci potesse essere dall’apparato meccanico. Fare l’amore li rendeva unicamente umani. Erano unici. Erano umani. Erano. Erano ed erano. Mai come prima d’ora.

Fabio Izzo