Twittercronaca di una finale annunciata

Kazimierz Brandys: questione di identità

Kazimierz Brandys. Questa la sua biografia sulla sempre impeccabile Wikipedia Italia:
“Nacque in una famiglia di letterati, tra i quali si annovera il fratello Marian Brandys. Studiò legge alla Università di Varsavia. Negli anni di intervallo tra le due guerre mondiali si avvicinò agli ideali di sinistra, iscrivendosi all’Unione della Gioventù Socialista”. Dove manca giusto quel qualcosa che siamo andati a recuperare sulla pagina di Wiki Polonia dedicata allo scrittore nato a Łódź.: “Pochodził z inteligenckiej, zasymilowanej rodziny żydowskiej dove “rodziny zydowskiej” sono i termini con cui si dice chiaramente che Brandys era di famiglia ebraica, dettaglio trascurato, se non addirittura omesso, nella versione italiana.
L’appartenenza, inspiegabilmente, diventa tematica spinosa, come in questo caso, perché identità e appartenenza sono temi centrali nell’opera dell’autore di Sansone , come cercheremo di mostrarvi in seguito.

Sansone
Il tema dell’identità è un argomento universale, e non certo prerogativa unica di Brandyz, anche se lo scrittore di Łódź nelle sue opere ne ha magnificato la maturazione. Perché l’identità non ha un inizio e una fine, ma si trasmette di genitore in figlio ,di libro in libro, questo è infatti uno dei grandi segreti della Letteratura.
“Sansone l’ho scritto nel 1947. Ero allora membro della redazione di un settimanale marxista e appartenevo al partito comunista. Alcuni frammenti e personaggi di questo libro sono contraddistinti dalla semplificazione schematica tipica della letteratura didattico propagandistica del realismo socialista”.
Sansone è di sicuro l’opera più naif, o potremmo dire ingenua di Brandys. Un romanzo amaro, costretto com’è nelle rigide forme della letteratura socialista, dove un giovane ebreo Jakub Goldman diventa protagonista del proprio destino decidendo di partecipare alla lotta armata contro l’occupante tedesco.
Jakob è inizialmente costretto a nascondersi, deve celare il suo viso ai più per via di quei suoi lineamenti, troppo non polacchi e troppo lontani dall’estetica ariana, da possibili delatori che potrebbero venderlo. Sansone, per volontà dell’autore stesso, è la storia di un perseguitato, di un condannato a morte, un uomo che è lecito uccidere solo perché ebreo. Secondo la volontà di Brandys il lettore avrebbe dovuto vedere in Jakub Gold la vittima di un delitto politico: l’assassinio imposto dall’ideologia.
Come già detto prima, quest’opera sicuramente interessante è, forse, il punto di partenza ideale per chi vuole scoprire parte, se non tutto,dell’intero arco narrativo di Brandys. In altre parole, se volete leggere un solo libro di questo autore, non cominciate però da questo perché è un’opera sicuramente da contestualizzare, in quanto costretta da rigori politici e volontà di rivisitazione. Già, Sansone non è nient’altro che una rivisitazione storica, pensata inizialmente per far parte di un più ampio progetto narrativo ma è finita poi con l’essere immortalata su pellicola dal regista premio Oscar Andrzej Wajda.
Rondò
Brandys è rimasto legato al tema dell’identità tanto che in un suo intervento a Roma, volle pronunciare quanto segue:
“Negli attori la personalità e la parte interpretata sono la stessa cosa, la differenza tra essere e recitare è impalpabile, cosa che attenua il peso morale della vita, Nel momento in cui termina l sua parte, e deve mostrare il bene o il male elementare dentro di lui, l’uomo che è attore si denuda senza ritegno, con la naturalezza tipica degli animali”.
Questa divagazione sul ruolo dell’attore ci offre la possibilità di parlare di una delle opere sicuramente più riuscite di Brandys, Rondò, che a mio modesto parere, assieme a La Difesa della Granada, rappresenta il perfetto esempio di maturazione raggiunto da questo importante autore.
Rondò è un romanzo che ha nella perdita e nella ricerca di un’identità il suo perno centrale visto che racconta l’inverosimile vicenda di una compagnia teatrale impegnata a combattere contro la storia.
Nulla è più improbabile, se non addirittura impossibile, della partecipazione alla resistenza di una compagnia teatrale, tema che sarà ripreso più volte in campo cinematografo, con diversi risultati, da Lubitsch( To be or not to be) prima, Truffaut (L’ultimo metrò), e da Mel Brooks  per ben due volte  (Per favore non toccate le vecchiette e The Producers). Tornando a Rondò, qui, la storia diventa parodia e avanspettacolo, perdendo la sua identità nella confusione creata tra proscenio e palcoscenico. Nessuno è più certo del suo essere (to ber or not to be) , tanto che lo stesso protagonista potrebbe, ascoltando le dicerie dello scandalo (concetto già caro a Strindberg), essere addirittura figlio del Feder Maresciallo Pilsudski, padre della Polonia tra le due guerre.
Rondò è un romanzo godibilissimo, dove la trama, a prima vista, è attentamente ricamata per un pubblico generalista. Brandys può sembrarvi didattico, nel puro senso del termine, intento a sviluppare la complessa storia polacca, dal ’39 in poi attraverso le sue opere e, e il Rondò del titolo si risolve in un vero e proprio ballo con il destino.
L’Identità
Avere o non avere un identità? Questo è il fulcro letterario, o almeno una gran parte di esso, di Kazimierz Brandys.
Affermare, nascondere, deviare dal proprio essere. L’identità in Brandys potrebbe addirittura essere vista come una vergogna di esistere, tanto che ad un certo punto lo stesso autore si preoccupò di precisare quanto segue:
“Vergogna di esistere? Ma signori ,ognuno di noi sa che è sempre più buono con sé che con gli altri, tiene di più alla propria salute che a quella altrui, pensa di più a se stesso che al suo prossimo. Ognuno di voi lo sa, e sa di doverlo nascondere, ma al tempo stesso sa che lo fanno tutti e che proprio in quel nascondere si riflette la nostra vergogna dell’esistenza umana”
E con la maturazione identitaria riaffiora anche l’origine della famiglia, tanto che l’autore si ritrovò a scrivere dopo un suo viaggio a Gerusalemme:
”I Luoghi Santi e Gerusalemme, il Santo Sepolcro, la tomba di Re David, la valle del Giordano non si sono associati nella mia mente al Mistero. A Betlemme, nel luogo dove i re Magi si erano prostrati in adorazione, non mi sono sentito più vicino a cose soprannaturali. Ciò nonostante non mi ritengo un pagano: se dovessi definire in me la sfera del cristianesimo, la chiamerei corresponsabilità nella colpa, consapevolezza di appartenere a una comunità gravata dal peccato. durante il mio soggiorno in Israele, ho avvertito questa consapevolezza in maniera totale. Quando si segue la Via crucis assieme a un gruppo di signore tedesche dai capelli bianchi con i ceri in mano, è difficile sentirsi un essere senza peccato e innamorato di Dio”.
Identità e storia non posso, dunque, che confluire nella questione della religione.
La religione, poi, è sì storia, ma quest’ultima, come ben riassunto dalla sua traduttrice Giovanna Tommasucci, diventa in Brandys anche e soprattutto destino. Una danza ostinata che da sempre accompagna l’uomo, durante tutto l’arco della sua esistenza, sia nell’ascesa che nel declino.

 

Una precedente versione di questo articolo era apparsa su La Biblioteca di Israele.
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di lunedì

Il lunedì, per gli altri, e’ sempre qualcosa di traumatico.
A me, a dire il vero, non succede mai nulla di lunedì.
Mi hanno tradito al venerdì.
Mi hanno mollato di giovedì.
Uno dei miei migliori amici è morto di martedì, ma no, un lunedì, tempo fa, ho anche inviato una lettera di dimissioni e no, il lunedì non e’davvero così male…

To Jest- Capitolo 7

1957

Quello che guardo è un quadro.
I quadri sono fatti per essere guardati.
Si guarda quello che c’è nella cornice, vero.
Ma si guarda anche quello che la cornice tiene fuori, come da volontà del pittore.
Ammettendo la verità a me stessa mi confido che poi, questo dipinto scuro non è nemmeno tanto famoso, visto che si è perso, con il passare del tempo, da qualche parte su una parete anonima di un lontano museo della fredda Berlino.
La tela è dipinta in sfumati cieli e in abissali mari, purificati dal giallo scolorito di un sole troppo alto per scaldare.

Ho visto questo quadro una volta sola, tanto tempo fa, anche se il tempo non si misura in sacchi, buste, barili, bottiglie o borse dell’acqua calda, in una fotografia riprodotta su qualche catalogo d’arte autorizzata.
Di questi tempi serve un’autorizzazione per tutto, anche per la vita e figuriamoci per l’arte, penso mentre ora me sto seduta al tavolo dando le spalle al futuro timbrato.

– Legno delle foreste di Rzesow– questo è il primo pensiero che arriva a galleggiare nella mia mente. Le dita grattano nervosamente la superficie.
Da qui in poi è un balzo nella catena dei pensieri.

– Dalle venature del legno sembra che si possa ancora risalire agli anni dei fiocchi di neve degli inverni passati. La neve trasforma la terra in una nuvola immensa, coprendo tutto, anche la nostra immaginazione, e così il cielo e la terra finiscono giù. I bambini sono maestri, nell’ammirare questa danza.
Sul legno fisico e sulla neve mentale giace un foglio di carta.
Un foglio giallo e grezzo, anche questo come tutto del resto, autorizzato dalla volontà della Repubblica.
In fondo si tratta sempre di una carta che viene dal legno.
Per scrivere una poesia, mi sembra, ci vuole per forza un albero.
Poesia della natura.

– Salvo autorizzazione.
Vorrei sorridere, ma finisco con il bere.
Un bicchierino di vodka.
È buona educazione che quando si ricevono ospiti, da queste parti, si offra sempre qualcosa da bere.
Ho aperto la migliore bottiglia, proveniente dalla mia piccola riserva personale.
La migliore che avevo in casa, lì, conservata in mezzo ai libri e ai manuali su come vivere, o cosa fare per vivere, per essere un buon figlio di questo stato.
Ovviamente se è buona, la vodka, è solo perché non è una di quelle autorizzate dalla Repubblica ma una di quelle distribuite dal secondo canale, quello delle persone non ufficiali.
Abbiamo inventato anche la non ufficialità nell’essere, oggi cercano di dare una gerarchia all’anima.
Ho aperto la mia bottiglia migliore pensando al rischio che hanno corso tutte quelle persone per distribuire qualcosa di proibito.
La vodka è come i libri, l’alcool che brucia lo stomaco come le poesie, le emozioni che scaldano clandestinamente l’animo di questi uomini messi da parte.
Ci credevo ciecamente.
Ma solo i ciechi possono davvero credere a qualcosa.
La vista è dubbio.
La vista mette tutto in dubbio.
Quindi brindo solennemente.

– Alla nostra.

E mentre il bicchiere è ancora levato in aria una voce lontana sembra rispondere

– Alla tua.

Già, ho ricevuto la visita di una vecchia amica.
La mia amica è una poesia, compagna di ideologie.

L’ospite poetico è di casa, ma questa volta sembra davvero finire per comportarsi in maniera diversa, inusuale nella sua immobilità: se ne sta lì, ferma, silente dall’altra parte del piccolo tavolo di legno, a qualche venatura di distanza, sepolta dalla neve del passato.
Questa separazione mi ricorda una fantasticheria di qualche tempo fa.
Una di quelle visioni giovanili che segnano le notti prima degli esami, tremolanti ed eteree nelle dissolvenza del mattino.
Dalla finestra entra una falena, attratta dal calore di un cuore spaventato che batte nell’oscurità.
– È un segnale anche questo, – codifico – un ‘immagine che squarcia l’oblio di questa notte.

Sogno di essere al mare, persa in un panorama esotico.
Non è il mare di Elbląg, autorizzata località turistica della Repubblica.
Sogno di essere in un qualche paesino bizzarro come Witold nella lontana Argentina o come Sławomir a Chiavari.
Solo ora però mi accorgo che nel dizionario, nelle parole dell’uomo, non esiste un’azione appropriata per la poesia. Davvero, ancora oggi non si “poesiagisce”.
La poesia si fa, si scrive, si recita e si interpreta ma è imprigionata, lì dov’è, dal non avere un verbo tutto suo.
Come una scimmia in cattività. Incatenata al tavolo, alla Repubblica e alla vita, ma allora, amica mia, non è forse questa la storia dell’uomo? Guardo così, con la lentezza di uno sguardo invernale, il panorama che si staglia lì fuori da quel taglio nel muro che è la finestrella. Bianco di neve.
E come un fiocco cade il mio sguardo sul foglio.
Giallo.
Affido al destino la mia poesia mentre c’è già chi si prende fin troppa cura della mia vita, la Repubblica Popolare Polacca, che si occupa della vita di tutti i suoi bravi cittadini.

E forse, quella di una poetessa è una vita che vale di meno?

Stenti tecnologici

Casa è ogni luogo dove si possa trovare un sorriso. Questo è il pensiero odierno. Sono in viaggio. Tra una stazione e l’altra non c’è nessuno ad aspettarmi. Tutti i viaggiatori hanno altro da fare. Non so cosa. Ma non perdo troppo tempo a interrogarmi. Voglio godermi il sole, l’attore principale di questa mattina, che appare e scompare, gioca a nascondino tra un pertugio e l’altro solo per fare capolino quando meno me lo aspetto. Ecco sì, lui mi sorride e mi fa sentire a casa.

Perché sono in viaggio? Per il mio passato. Non viaggio mai, mi sono accorto, verso il futuro, ma cerco sempre di collegare qualcosa, avvicinandomi al limite al mio presente. Per questo motivo se devo andare a Milano, passo da Genova, in maniera del tutto irrazionale, ma il motivo di questo mio essere, oggi è il viaggio in sé. In fondo non c’è nessuno ad aspettarmi e posso, finalmente perdermi per il mondo in un sala d’aspetto che sembra un dimesso salone ottocentesco, coi suoi lampadari in ferro, il caminetto dimenticato con tanto di specchio adombrato dalle sabbie del tempo e un affresco , messo lassù chissà come,  perché e quando, che domina, ignorato tutta la sala. Sono pochi i viaggiatori che guardano in su, che alzano il naso, tutti concentrati al terreno, a testa china su tablet, pc, cellulari e giornali , tutti loro hanno troppo tempo per ambire al divino.

Gli accenti di questa improvvisata Carovana sono ancora duri, levigati grezzamente dal moto irrequieto di un mare scuro e nero, come solo il Ligure sa essere. Parlano al cellulare, è la tribù di appartenenza che conta, anche qui il passato e le radici che ritorna. Io sono un’apparizione, un fantasma, legato dal loro filo temporale.