Riprendere a scrivere

 

Riprendere a scrivere è un atto di dolore.

 

Un sostanziale Mea Culpa.

Per farlo ho dovuto tagliarmi i peli del naso.

Scambiare imbarazzo con fascino, svuotare contenuti e riempire la nuova ottenuta condizione con evasivi ed eversivi.

Lo scrittore è solamente un bugiardo uomo in fuga con il naso pulito

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Il Regno delle tre Isole

Il sole, padrone del lungomare, scolpiva a dure pennellate coi suoi raggi dorati il classico e famoso panorama tipico delle cartoline che ogni giorno venivano spedito da migliaia di sudditi precipitati in visita per motivi di piacere, di lavoro o di studio qui a Napoli Capitale dai tre angoli del Regno delle Tre Isole come piccole onde di vita provinciale che vanno a schiantarsi contro il meraviglioso cospetto delle meraviglie naturali e architettoniche della Città.

Sono mille e più i profondi riflessi addolciti da una leggera luce ondulata, tutti diversi tra loro nel loro unico esplodente attimo di presenza su questa terra, al cospetto di un sole dal calore imperiale su quella sottile e fresca lastra azzurra formatasi dall’unione di un  cielo lontano alla vicinanza del mare senza che la debolezza dell’orizzonte possa arrivare a pensare di interrompere quell’infinito  dominio mai suo.

Di fronte a questo arazzo naturale, intrecciato finemente dallo sciabordante incontrarsi dei raggi del sole, immancabilmente,si resta tutti a bocca aperta senza riuscire a pronunciare alcun suono in nessuna delle lingue conosciute.

Lo sa bene il cocchiere matricola 324, Antonio Esposito, ultimo discendente in ordine cronologico di una rispettabile famiglia del mestiere, da generazioni e anni ormai assiste, durante i sui turni di lavoro alle esternazioni incredule e afone di sudditi afasici.

In mattinata Esposito Antonio aveva ricevuto ufficialmente, tramite regolare dispaccio spedito dalla locale sezione di Portici del Ministero Reale dei Trasporti, l’incarico di andare ad accogliere alla stazione centrale Philip Hackert, il neo panoramista reale in arrivo dalla Terza Isola, nominato dopo che l’illustre e Buon Cerulli si è da poco ritirato a studio privato dell’arte del panorama dopo tutti i suoi anni di ammirevole servizio presso l’Accademia Reale.

Ad accompagnare Hackert con lui c’erano la moglie e il figlio, giusto appunto i tre nominativi segnati sulla distinta ufficiale recapitata giù al porto dove risiedeva Antonio Esposito,

Esposito ammirava gli Irlandesi, ligi a rispettare i codici del regno al contrario degli inglesi, sempre pronti a cercare un sotto rifugio, un cavillo, una clausola per poter battere il sistema da loro tanto odiato.

La famiglia Hackert era composta da tre elementi, giusto appunto gli elementi concessi alle famiglie anglosassoni dal decreto di Benevento del 1861 che legiferava quanto segue: 
“Ai nuovi cittadini nati nella terza Isola del Regno sarà permesso comporre e formare nuclei familiari di non più tre elementi. La registrazione della famiglia sarà sottoposta al censimento ufficiale del Regno e sarà sì vincolante il legame del sangue ma senza distinzione di razza, di educazione, di ceto, di religione o di sesso alcuno”.

Il decreto di Benevento limitava sì il numero dei componenti degli abitanti della terza isola a Nord ma, cosa importante, lasciava libera ogni libertà rendendo di fatto quell’isola un vero e proprio laboratorio sociale.

La benevolenza del decreto di Benevento era di per sé, in campo legislativo, limitante e se era vero che i britanni viste le loro difficoltà a rimanere indipendenti avevano spontaneamente aderito al Regno, diventandone la Terza Isola, non si poteva facilmente dimenticarsi dei violenti moti di ribellioni che tanto gli inglesi esplodevano nei confronti del protettorato dell’antico protettorato irlandese.

Ciò dipendeva dal fatto che gli inglesi sono venati da un forte spirito indipendente e cercano  sempre di aggirare l’editto scavando nelle anse dei vari singoli comma e le loro Oxford e Cambridge sfornano legali abili e pignoli,.

Erano così arrivati a non registrare le unioni familiari inventando a Londra le unioni civili, individui che si riunivano per interesse comune sotto la stesso tetto per poter così scavalcare il limite di tre.
Capitava così che a Londra ci fossero unioni civili di un uomo e di una donna che, una volta dichiarato come loro interesse comune il sesso, finivano con ospitare sotto il loro tetto bambini concepiti in virtù di tale interessi.

Ma anche unioni civili più promiscui nascevano sulle sponde del Tamigi, ragionieri con altri ragionieri, assicuratori con altri assicuratori e politici mischiati promiscuamente tra loro.

Per questo motivo l’Inghilterra era vista come una terra di furbi e di folli.

In disprezzo alla moda del Regno, gli Inglesi erano arrivati ad inventarsi un’estetica ribelle tutta loro, composta da giacche di pelle nera, acconciature ridotte a selvagge creste il tutto arricchito dal metallo richiamandosi al loro leggendario passato celtico.

Il metallo adornava in maniera  preponderante l’aspetto di questa nuova tendenza, metallo sui vestiti, metallo nella pelle.

non il metallo continentale, ma quel metallo che andava manualmente lavorato con le antiche e pesanti tecniche,

Anche se nel Regno più di qualcuno sospettava l’uso di lavorazione fordista per il metallo nessuna inchiesta ufficiale venne mai aperta per non rovinare i rapporti tra Londra e Napoli nati dopo l’inaspettata conquista napoletana dei territori a Nord del Trasimeno; agli inglesi si lasciava dunque un minimo di individualità, tanto giù nella Capitale erano sicuri che l’avrebbero prima o poi sprecata in un attacco della loro proverbiale pazzia alla birra. 

 – Guarda Papà è ancora più bello di quello che ci fanno vedere nei nostri libri a scuola.

Philip poteva sentire l’entusiasmo vibrare nelle corde vocali del figlio ed era in grado di capirlo fino in fondo, non tutti i bambini  inglesi potevano ritenersi così fortunati da poter visitare la Capitale, senza parlare del privilegio di viverci. 

– Sì, figliolo davvero…

L’entusiasmo formava dei gorghi di nulla nel linguaggio incapace di esprimersi.

– Philip è da restare…senza parole. Sono così eccitata per questo tuo nuovo incarico e proprio qui, nella Capitale.

– Davvero, le nostre preghiere sono state ascoltate. Un vero e proprio colpo di buona sorte, Marta. Una svolta importante per la mia carriera e per la nostra intera famiglia e poi Philip Jr. potrà finalmente ricevere un adeguata istruzione con le migliori menti del regno e purtroppo non è cosa che tutti gli inglesi possano sperare. 
Restando a Londra sarebbe sicuramente diventato un avvocato o che ma qui ora gli si apriranno le porte del destino. E se otterremo la cittadinanza napoletana potremmo dare al nostro Philip Jr. un fratello o una sorella.

– Oh Phil, ancora non rieco a credere a tutto questo ma a te quanto piace?-

Martha Smith in Hackert era una donna dalla bellezza diafana, non certo il tipo di bellezza in voga nella capitale ma era una donna affascinante e con un lignaggio di un certo livello, educata nelle migliori delle maniere possibili inglesi visto che il padre, Mark Smith,il più noto commerciante di tessuti di Liverpool, aveva mandato la figlia a studiare, senza troppo badare a spese, nel cavalierato di Malta per garantire alla figlia un futuro brillante.

E fu proprio sotto quel prezioso sole di Malta che Martha incontrò Philip Hackert, promettente studioso dell’accademia delle belle arti britanniche, istituzione direttamente patrocinata dalla Reale Accademia di Capodimonte.

Philip sì esercitava lì nelle sue pennellate, ad eseguire versioni pittoriche delle ricchezze del cielo e del mare, tutte diverse tra loro, per tentare di riprodurre o di avvicinarsi agli spettacoli naturali di Napoli, cosa possibile solo a Malta, cavalierato napoletano esclusivamente dedito all’educazione britannica. 

Aveva imparato a stendere il pennello così come si stende il respiro d’estate sotto l’immensità del cielo poggiatosi appena sulla linea vitale degli uomini.

Non per niente il lavoro che l’aveva reso famoso a Reading era “Atlante”, una sua rappresentazione del mito classico dove si vedeva il cielo proprio dalla prospettiva del Titano, appena sotto lì, dal basso ad un dito dal cielo che non significava felicità, tutto in una cromatura sfumata di azzurri vivi e morti che venivano scagliati violentemente dal suo pennello condannato, proprio come il triste Atlante condannato a tenere sulle sue spalle il peso della volta celeste, e Hackert era riuscito a far sentire quel peso solamente attraverso la potenza delle sua espressive pennellate blu..

– Bellissimo, Martha, bellissimo. E’ come un’immensa distesa di sogni che è venuta a posarsi leggera in questo angolo di Eden.

La presenza del sole non sempre riesce a bucare l’oscurità  penetrando nel dedalo di queste antiche ombre, sedimenti secolari di povertà applicata all’economia, elementi  che tuttora dividono, oscurando e proteggendo l’anima originale della città, cresciuta a dismisura , partendo da quel nucleo, per poi arrivare ad estendersi fino ai confini stessi del Regno delle Tre Isole, impero che si abbevera e si nutre nei suoi luoghi d’origine.

 

Per chi crede nella Supercoppa ecco la Supercazzola

Torno a scrivere qui e non a caso, capirete poi, forse, dopo la finale di SuperCoppa Italiana. Il calcio e perfino il pseudocalcio che ci viene attualmente proposto è lo specchio perfetto dei nostri tempi.

Due squadre italiane arrivano quindi in Cina, come nemmeno nelle nostre vecchie barzellette del nostro ex premier, dopo un tira e molla allucinante, per colpa di una, mentre l’altra, processo dopo processo, si presenta senza allenatore, in tribuna perchè squalificato, non si sa bene per cosa e per come, ma tant’è, i tribunali italiani sono perfettamente rappresentati da questo esempio di giustizia sportiva.

La Federazione di un gioco, troppo spesso confuso per Sport, si è messa in testa di esportare il calcio italiano all’estero per guadagnare soldi, incurante della pessima vetrina attuale, Calciopoli e scandali a go go, decidendo di mandare sul campo uno spettacolo aberrante, dove un rappresentante del potere istituzionale è chiamato a difendere in maniera spudorata i diritti acquisiti sul campo da parte dei soliti noti.

Lo so, lo so Grillo ha attaccato le olimpiadi ma è troppo furbo per attaccare il calcio, altrimenti perderebbe solo voti.

Di fatto dopo tutto ciò mi chiedo se mai un appassionato di calcio finlandese, dopo tutto questo scempio, possa avere anche il minimo dubbio di spendere i suoi soldi sul baraccone del calcio italiano.

Da sportivo condanno la decisione del Napoli di non presentarsi alla premiazione, ma da uomo condanno anche tutto quello che è accaduto sul campo. Ma siamo in Italia e il teatrino va avanti.

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Il Nucleo, la Polonia dagli occhi di Fabio Izzo di Marina Bisogno su Caffè News

“Il nucleo” (Il Foglio edizioni) è l’ultimo libro di Fabio Izzo, giovane scrittore italiano con la passione per i viaggi. Le storie, la gente, l’amore per la Polonia: scenari  che preannunciano risvolti appassionanti. Il protagonista incarna l’occhio attento dello scrittore ragazzo, che decide di lanciarsi alla scoperta di un paese lontano e diverso dal nostro. Noi di Caffè News abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore per capire le pulsioni delle sue scelte letterarie.

-Una passione smodata per la Polonia?

 Per cominciare riporto le parole di Sante Graciotti, che a me sono arrivate tramite il Professor Pietro Marchesani, traduttore di Wislala Szmymborska, recentemente scomparso: “C’è una patria che si nasce e una patria di elezione”. La Polonia, posso dire è un po’ la mia patria d’elezione. Vorrei poi continuare questa risposta con un estratto del libro:

“La Polonia mon amour. É un paese che torna spesso, troppo spesso nella mia vita. Ancora prima della disgregazione del Nucleo… É d’obbligo aprire una breve parentesi sulla Polonia delle J. Già sono due se ricordate…
La prima volta che la Polonia fece timidamente capolino nella mia vita era una sera di un lontano novembre del lontano 1999.
La lavatrice condominiale del palazzo finlandese dove vivevo era già stata prenotata da tutto il resto del palazzo e così non potevo fare il bucato, cosa di cui avevo necessariamente bisogno visto che ero costretto a indossare gli stessi vestiti, ancora per un altro giorno almeno. La prima volta che la Polonia fece capolino nella mia vita si presentò vestita di nero ed era appena stata mollata dal suo ragazzo. Cominciò quindi a parlare con l’unica persona che in quel determinato momento, in quel locale finlandese, non stava parlando con nessuno. Ok, non sono uno che parla molto di solito e penso anche che l’aver avuto addosso dei vestiti troppo indossati possa aver tenuto lontano molte persone. La Polonia, lei appena mollata, no. Mi si presentò così e ricordo ancora che all’inizio la confusi con la Repubblica Ceca e i suoi castelli che, qualche giorno prima di imbarcarmi per la mia avventura finlandese, avevo visto su qualche televisione locale piemontese. Non ero uno che aveva viaggiato molto e il mio provincialismo andò a esprimersi tutto quella sera al mio primo incontro con la Polonia. Forse, devo dire che fu proprio il mio coraggio dovuto all’essere provinciale che diede vita, morso e slancio a quel che venne dopo. Ma per ora, amico mio ti basti sapere quanto detto, e torniamo al due gennaio duemila e dieci, il giorno che segnava il mio ritorno in quella nazione lontana, per dirla con parole papali, dopo ben otto anni. Ad attenderci tra la neve e la sorpresa dei miei occhi, che andavano sempre più riabituandosi alla disgregazione fatua del Nucleo, c’erano i baffoni stilizzati di Wałęsa nella scritta dell’aeroporto a lui dedicato.
Danzica quindi, per quattro giorni di vodka e cazzate, almeno per me che avevo già intuito inconsciamente qualcosa e avevo deciso di preservare questi momenti, ma non fu così per tutti: Boiler, ribattezzato Boilerowo secondo qualche regola grammaticale polacca sepolta nella mia memoria, galleggiava tra le sue convinzioni ed un’ improvvisa voglia di paternità, mentre bastarono diciotto giri di Wściekły Pies (letteralmente cane pazzo), un composto di vodka, tabasco e succo di lampone, per far sì che tu, amico mio, chiedessi a E. di andare a convivere dopo appena due mesi scarsi di frequentazione sporadica.
Dopo non so quanti altri giri di vodka, arrivò un trilogy da un botto di euro, cifra che dal basso dei miei espedienti culturali non avevo nemmeno mai visto in vita mia tutt’assieme. La tua fortuna, amico mio, sembrò finire quella notte a Danzica perché E., forse con troppo alcool in corpo, rispose “Sì”, dando il la ad una serie di strazianti concerti in do minore che andranno poi a chiudersi solamente nel giugno di quello stesso anno. Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché tutto ciò fa parte della disgregazione stessa del Nucleo. Di cosa parlarvi ora? Dunque ah, si potrebbe parlare della piazza in cui mi avete sempre trovato finora”.

 -Perché il “Nucleo”?

Nelle pagine finali viene svelato cos’è il Nucleo, motore di questo romanzo. A livello di titolo non volevo seguire la moda surreale che sta invadendo le librerie, ma volevo qualcosa di forte, di sicuro impatto e facile da ricordare. Per il resto vorrei continuare a far parlare il mio libro, in questo caso nelle parole del protagonista Dante Fante:

“Già, il lunedì ancora una volta non se ne importa. Ma a dire il vero, questa, non proprio è una storia di lunedì, di quei lunedì (tanto per intenderci) odiati negli uffici perché segnano il riprendere della solita settimana lavorativa, il tran tran e la routine. Questa è invece la storia di un altro lunedì. Di uno di quei lunedì che, se assecondati, vi cambiano la vita e vi portano lassù dove ogni piano ben congegnato sembra davvero potere riuscire. Già, un piano. Questa, potremmo dire in altro modo, è la storia di quando in vita mia avevo un piano. Per una volta, la prima volta confesso, ho avuto un piano. Sicuramente non uno dei migliori, ma almeno era un programma da attuare, una strategia da svolgere, una serie di azioni concepite dietro a un minuscolo barlume di senso. Com’è andata a finire? Lo scoprirete tra poco se non sarete troppo annoiati da questo flusso di parole gettato a raccontare le deboli vicende di un “Nucleo” forte. Si vede che il “Nucleo” è cresciuto negli anni 80 e come il tipo dell’A-Team adora i piani ben riusciti. Purtroppo per me tutto è stato abbastanza improvvisato e così mi sono ritrovato a recitare a braccio, un copione al volo, nei programmi della vita. Non è finita bene dicevo e solamente ora posso dire che purtroppo è finita nel peggiore dei modi possibili. Ora che tutto (o quasi) è davvero finito, ma qui l’importante non era il risultato.

In questa storia è stato importante che tutti noi abbiamo fatto del nostro meglio senza pensare minimamente al risultato (anzi in realtà molti di noi già sapevano che sarebbe potuta finire solamente male) e il mondo, posso dirlo con convinzione, va avanti anche grazie a persone come loro. Chi siano questi “loro” lo scoprirete strada facendo e se ancora vi state chiedendo: “Cos’è il nucleo?” la risposta è “ tutto e nulla… una famiglia o molto meno, un contenitore o poco più”. Il nucleo è quanto di più importante ci sia stato al mondo finora. Posso dire di essere riuscito a restare al mondo grazie alla sola presenza del nucleo, generatore di un campo gravitazionale protettivo. Ma il nucleo ha ormai i suoi legami corrotti e laceri anche per parte mia. Avrei voluto dire “colpa”, ma poi all’improvviso non mi sembrava la parola giusta. Qui dentro ci trovate i nostri giorni, i nostri tentativi (disperati o meno), le nostre tracce di resistenza in una provincia digitalizzata che usa internet per rimorchiare (poco e male) su computer dove I tunes risulta regolarmente troppo pesante come programma e finisce con impallarci tutto, lasciandoci così a guardare i video su You Tube e a comporre romanticamente le nostre canzoni per ragazze molto più pragmatiche di noi.

Dentro al “Nucleo” ci sono le nostre convinzioni, nate dai libri e dalle canzoni, dove l’amore è tutto o nulla, a seconda dei momenti. Non c’è la droga e non c’è il sesso, ma c’è tanto rock n’ roll. Ci sono le stesse tentazioni e tutte le passioni che smuovono le anime dannate. É una storia di bravi ragazzi, bravi davvero a complicare le cose e a non trovare il loro posto al sole. A tutti loro, me per primo, manca qualcosa.

Sembriamo usciti dalle brutte pagine di un oroscopo d’inizio settimana, già dall’oroscopo di un lunedì…

C’è a chi manca l’amore, a chi il lavoro, a qualcuno la salute e così via dicendo. Ma siamo qui, a fare del nostro inutile meglio tra una notizia deprimente al telegiornale, una strage di città e un amore lasciato in qualche lontano aeroporto. Siamo qui, artisti del nulla: con una chitarra, una moto, una penna, una birra, persi dietro a mille e duecento venti sogni che da sempre bagnano le nostre notti tristi.

Siamo qui a inventarci tutto quello che ci manca, dall’amore, al lavoro alla salute e così via perché anche quando ci chiedono “Come va?” e vorremmo dire che va tutto a puttane, che è uno scatafascio questo paese e che va di merda, ingoiamo la nostra dignità e tiriamo fuori la nostra fantasia per dire “Bene, grazie”, perché solo chi ha fantasia può pensare ancora che le cose qui vadano bene. Ad ogni modo, semplificando tutto, posso dirvi che è la storia di una canzone. Di come scrissi quella canzone e del suo perché. Ed è sempre la storia di una ragazza che diventa donna, lontano da me.

-Qual è il suo rapporto con la scrittura?

E’ rifugio, è fonte di vita. Penso che per ogni scrittore il gesto stesso, l’azione dello scrivere, sia fondamentale: una dichiarazione di vita. Apprezzo sì la rivoluzione digitale, anche se per me scrivere è macchiarsi d’inchiostro. L’ossigenazione che la prosa riceve dalla manualità di una semplice penna è molto diversa da quella freneticamente imposta dai tasti di un pc.

-Sta girando tra gli scaffali di una libreria e scorge il suo libro. Un buon motivo per acquistarlo?

Per convincere qualcuno ad acquistare o a leggere “Il Nucleo” vorrei raccontare la storia stessa del libro, che trovo di per sé interessante. Dovete sapere che i libri, perfino i miei, di solito hanno altri percorsi.

Il “Nucleo” ha invece seguito un percorso tutto suo. Prima di arrivare ad essere libro è stato altro:

– innanzi tutto vita, il 33% di questo libro è frutto di quanto è accaduto realmente in un anno, il 2010, l’anno che ha cambiato la mia vita.

-amicizia, questo, inverosimilmente è un libro sull’amicizia che narra in maniera epica/malinconica la gioventù (anagraficamente allargata) della provincia.

– poesia, l’idea originale è partita tutta da una poesia che finora è stata pubblicata solamente sul gazzettino di “Polacy w Trentino”.

– canzone, già, una canzone realmente esistita c’è ed è “Joasia”, che troverete nel cd dei Tomakin. Un’ottima occasione quindi per fare l’accoppiata Cd+libro, non avete scuse per non vivere a pieno questa esperienza narrativa/musicale davvero unica nel suo genere.

– regalo, perché il “Nucleo/Caffè per un amico” è tutta una storia di regali.

Regalo è stata la poesia originale per una ragazza, regalo di compleanno è diventata la canzone, da Alessio a Giovanni per me prima e da me a Joanna poi (il 33% di vita che vi dicevo prima).

Regalo di Natale, il “Nucleo”, nella sua versione grezza lo è stato invece per 4/5 persone che se lo sono trovato nella mail la mattina del 25 dicembre 2010, a conclusione di questa piccola grande avventura.

Regalo inteso come omaggio invece lo è nei confronti di Marco Ferraris, un amico, che trovate nel libro sotto uno pseudonimo affettuoso. Lui ha vissuto questo famoso 2010, il 33% di reale che trovate nelle pagine seguenti, con il sorriso sulle labbra e nella piena verità del nostro motto: lotta solo quando ci credi, il resto non conta. Marco è scomparso, all’improvviso, quando all’improvviso significa sempre e solo “troppo presto”, il 25 gennaio del 2011. A lui e al Professor Pietro Marchesani va tutto il mio sentito affetto e omaggio. Perché l’amicizia, quella vera, non è nient’altro che un magnifico regalo.

 

potete leggere l’articolo completo di Marina Bisogno su Caffè News

“Il Nucleo” (Il Foglio): Delirio pop per Fabio Izzo di Chiara Pieri su Il Recensore

Un romanzo “caotico e incasinato”, un “delirio pop”, come lo definisce lo stesso protagonista del Nucleo (Edizioni Il Foglio, 2011). Fabio Izzo, alla sua terza prova letteraria, racconta  il suo “nucleo”, un mondo che si snoda tra le strade imperturbabili della provincia del Basso Piemonte e le vie di una mitica quanto agognata Varsavia, tra la voglia di evadere e la ricerca di un amore impossibile.

Dante Fante, trentenne piemontese, ha una laurea in lingue e più sogni che certezze. Una passione per la letteratura polacca e più in generale per la Polonia lo portano a Varsavia, dove incontrerà J, la sua musa, la sua “Beatrice”.  È così, a partire da una poesia che si trasforma in canzone per J, che nasce l’idea del Nucleo, romanzo in nuce, più che vero e proprio racconto compiuto.

In parte autobiografico, in parte di fantasia, il “delirio pop”, popolare e postmoderno di Fabio Izzo, propone la storia di un giovane come tanti, costretto alla vita da precario, tra colloqui impersonali e lavori con la data di scadenza. Da un lato c’è la strettezza del mondo del paese, un odi et amo, dal quale Dante vorrebbe scappare, ma nel quale trova anche il suo rifugio nei momenti di sconforto, come quando si siede ad osservare l’immutabilità del tempo sulla panchina di piazza Matteotti; dall’altro c’è la voglia di fuggire alla ricerca di una vita diversa e più intensa, che però non è mai come la si immagina.

Catapultati nell’inconscio del protagonista, un po’ moderno Dante nella sua personalissima discesa agli inferi, un po’ Ulisse alla ricerca di nuove avventure e di una Penelope che lo attenda, i lettori si troveranno a dover sciogliere il bandolo della matassa di un Io-Nucleo, che si stempera pian piano tra poesia e musica, tra mondiali di calcio e viaggi, tra bevute al bar con gli amici, incontri d’amore e telefonate all’onnipotente.

Se talvolta, durante la lettura, sembra di perdersi all’interno dei pensieri di Dante  o nell’episodicità degli avvenimenti, tuttavia il libro si lascia leggere con piacere. Non si può fare a meno di apprezzare questo antieroe moderno, omaggio a John Fante e a tanta letteratura, da Bukowski a Pavese per dirne alcuni, che si lascia penetrare e al contempo riflette la condizione della modernità, con un Io in dissolvenza, lacerato a poco a poco dalla scomparsa di un amico, dalla mancanza di un progetto e dall’assenza di un amore autentico.

La recensione completa di Chiara Pieri la potete trovare su Il Recensore.com