“Sentivo mie le parole di John Fante, dago, mangiaspaghetti, wop, ma le sentivo mie non in Colorado, le sentivo mie qui in una nazione che sembrava non essere per nulla destinata a me. Ero senza radici, non vedevo Torino o Milano, non guardavo verso la Mole o il Duomo come tutti gli altri. Ero proprio e davvero senza speranza, senza difesa, almeno fino a quando non arrivò quell’omino magico. Erano gli anni Ottanta. Gli anni di Diego Armando Maradona” (pp. 48-49 di Balla Juary)
Navigo a vista e in questo momento sto pensando di abbandondare il paese. Il paese minuscolo, quello di questa piazza piovosa di sempre, e il Paese maiuscolo, inteso come nazione, barca fallata che fa eternamente acqua da tutte le parti. A cercare di tirarmi via da qui ci sono due tentazioni. Un’offerta lavorativa apparentemente irrinunciabile per una multinazionale globale, che stranamente si è appassionata al mio CV, e una ragazza
pagina 41 de “Il Nucleo”,
“Gli uomini recitano per andare avanti e segretamente scrivono quel che non si può dire. Non c’è nessuno che apre la sua bocca alla verità. Nessuno disposto a concedere un’opportunità granitica quanto sincera. Avranno da fare ma non da recepire. L’umanità, mi vien da pensare, è una putrida macchia mai sbiancata del mondo animale. E tra tutti gli uomini quello bianco è quello meno smacchiato” (p. 63, Balla Juary)
conversazione telefonica: ciao che fai?
Stavo mettendo pollice verso a tutti i video che trovavo del pulcino pio su you tube
questa sì che è resistenza
Mi sfugge il senso profondo di qualsiasi giornata. Siamo condannati a cercare da giudici ignoranti, muniti dell’unico sacrosanto diritto fornito dall’ignoranza, vera e unica madonna riconosciuta dei nostri tempi