Per chi crede nella Supercoppa ecco la Supercazzola

Torno a scrivere qui e non a caso, capirete poi, forse, dopo la finale di SuperCoppa Italiana. Il calcio e perfino il pseudocalcio che ci viene attualmente proposto è lo specchio perfetto dei nostri tempi.

Due squadre italiane arrivano quindi in Cina, come nemmeno nelle nostre vecchie barzellette del nostro ex premier, dopo un tira e molla allucinante, per colpa di una, mentre l’altra, processo dopo processo, si presenta senza allenatore, in tribuna perchè squalificato, non si sa bene per cosa e per come, ma tant’è, i tribunali italiani sono perfettamente rappresentati da questo esempio di giustizia sportiva.

La Federazione di un gioco, troppo spesso confuso per Sport, si è messa in testa di esportare il calcio italiano all’estero per guadagnare soldi, incurante della pessima vetrina attuale, Calciopoli e scandali a go go, decidendo di mandare sul campo uno spettacolo aberrante, dove un rappresentante del potere istituzionale è chiamato a difendere in maniera spudorata i diritti acquisiti sul campo da parte dei soliti noti.

Lo so, lo so Grillo ha attaccato le olimpiadi ma è troppo furbo per attaccare il calcio, altrimenti perderebbe solo voti.

Di fatto dopo tutto ciò mi chiedo se mai un appassionato di calcio finlandese, dopo tutto questo scempio, possa avere anche il minimo dubbio di spendere i suoi soldi sul baraccone del calcio italiano.

Da sportivo condanno la decisione del Napoli di non presentarsi alla premiazione, ma da uomo condanno anche tutto quello che è accaduto sul campo. Ma siamo in Italia e il teatrino va avanti.

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Il Nucleo, la Polonia dagli occhi di Fabio Izzo di Marina Bisogno su Caffè News

“Il nucleo” (Il Foglio edizioni) è l’ultimo libro di Fabio Izzo, giovane scrittore italiano con la passione per i viaggi. Le storie, la gente, l’amore per la Polonia: scenari  che preannunciano risvolti appassionanti. Il protagonista incarna l’occhio attento dello scrittore ragazzo, che decide di lanciarsi alla scoperta di un paese lontano e diverso dal nostro. Noi di Caffè News abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore per capire le pulsioni delle sue scelte letterarie.

-Una passione smodata per la Polonia?

 Per cominciare riporto le parole di Sante Graciotti, che a me sono arrivate tramite il Professor Pietro Marchesani, traduttore di Wislala Szmymborska, recentemente scomparso: “C’è una patria che si nasce e una patria di elezione”. La Polonia, posso dire è un po’ la mia patria d’elezione. Vorrei poi continuare questa risposta con un estratto del libro:

“La Polonia mon amour. É un paese che torna spesso, troppo spesso nella mia vita. Ancora prima della disgregazione del Nucleo… É d’obbligo aprire una breve parentesi sulla Polonia delle J. Già sono due se ricordate…
La prima volta che la Polonia fece timidamente capolino nella mia vita era una sera di un lontano novembre del lontano 1999.
La lavatrice condominiale del palazzo finlandese dove vivevo era già stata prenotata da tutto il resto del palazzo e così non potevo fare il bucato, cosa di cui avevo necessariamente bisogno visto che ero costretto a indossare gli stessi vestiti, ancora per un altro giorno almeno. La prima volta che la Polonia fece capolino nella mia vita si presentò vestita di nero ed era appena stata mollata dal suo ragazzo. Cominciò quindi a parlare con l’unica persona che in quel determinato momento, in quel locale finlandese, non stava parlando con nessuno. Ok, non sono uno che parla molto di solito e penso anche che l’aver avuto addosso dei vestiti troppo indossati possa aver tenuto lontano molte persone. La Polonia, lei appena mollata, no. Mi si presentò così e ricordo ancora che all’inizio la confusi con la Repubblica Ceca e i suoi castelli che, qualche giorno prima di imbarcarmi per la mia avventura finlandese, avevo visto su qualche televisione locale piemontese. Non ero uno che aveva viaggiato molto e il mio provincialismo andò a esprimersi tutto quella sera al mio primo incontro con la Polonia. Forse, devo dire che fu proprio il mio coraggio dovuto all’essere provinciale che diede vita, morso e slancio a quel che venne dopo. Ma per ora, amico mio ti basti sapere quanto detto, e torniamo al due gennaio duemila e dieci, il giorno che segnava il mio ritorno in quella nazione lontana, per dirla con parole papali, dopo ben otto anni. Ad attenderci tra la neve e la sorpresa dei miei occhi, che andavano sempre più riabituandosi alla disgregazione fatua del Nucleo, c’erano i baffoni stilizzati di Wałęsa nella scritta dell’aeroporto a lui dedicato.
Danzica quindi, per quattro giorni di vodka e cazzate, almeno per me che avevo già intuito inconsciamente qualcosa e avevo deciso di preservare questi momenti, ma non fu così per tutti: Boiler, ribattezzato Boilerowo secondo qualche regola grammaticale polacca sepolta nella mia memoria, galleggiava tra le sue convinzioni ed un’ improvvisa voglia di paternità, mentre bastarono diciotto giri di Wściekły Pies (letteralmente cane pazzo), un composto di vodka, tabasco e succo di lampone, per far sì che tu, amico mio, chiedessi a E. di andare a convivere dopo appena due mesi scarsi di frequentazione sporadica.
Dopo non so quanti altri giri di vodka, arrivò un trilogy da un botto di euro, cifra che dal basso dei miei espedienti culturali non avevo nemmeno mai visto in vita mia tutt’assieme. La tua fortuna, amico mio, sembrò finire quella notte a Danzica perché E., forse con troppo alcool in corpo, rispose “Sì”, dando il la ad una serie di strazianti concerti in do minore che andranno poi a chiudersi solamente nel giugno di quello stesso anno. Perché vi sto raccontando tutto questo? Perché tutto ciò fa parte della disgregazione stessa del Nucleo. Di cosa parlarvi ora? Dunque ah, si potrebbe parlare della piazza in cui mi avete sempre trovato finora”.

 -Perché il “Nucleo”?

Nelle pagine finali viene svelato cos’è il Nucleo, motore di questo romanzo. A livello di titolo non volevo seguire la moda surreale che sta invadendo le librerie, ma volevo qualcosa di forte, di sicuro impatto e facile da ricordare. Per il resto vorrei continuare a far parlare il mio libro, in questo caso nelle parole del protagonista Dante Fante:

“Già, il lunedì ancora una volta non se ne importa. Ma a dire il vero, questa, non proprio è una storia di lunedì, di quei lunedì (tanto per intenderci) odiati negli uffici perché segnano il riprendere della solita settimana lavorativa, il tran tran e la routine. Questa è invece la storia di un altro lunedì. Di uno di quei lunedì che, se assecondati, vi cambiano la vita e vi portano lassù dove ogni piano ben congegnato sembra davvero potere riuscire. Già, un piano. Questa, potremmo dire in altro modo, è la storia di quando in vita mia avevo un piano. Per una volta, la prima volta confesso, ho avuto un piano. Sicuramente non uno dei migliori, ma almeno era un programma da attuare, una strategia da svolgere, una serie di azioni concepite dietro a un minuscolo barlume di senso. Com’è andata a finire? Lo scoprirete tra poco se non sarete troppo annoiati da questo flusso di parole gettato a raccontare le deboli vicende di un “Nucleo” forte. Si vede che il “Nucleo” è cresciuto negli anni 80 e come il tipo dell’A-Team adora i piani ben riusciti. Purtroppo per me tutto è stato abbastanza improvvisato e così mi sono ritrovato a recitare a braccio, un copione al volo, nei programmi della vita. Non è finita bene dicevo e solamente ora posso dire che purtroppo è finita nel peggiore dei modi possibili. Ora che tutto (o quasi) è davvero finito, ma qui l’importante non era il risultato.

In questa storia è stato importante che tutti noi abbiamo fatto del nostro meglio senza pensare minimamente al risultato (anzi in realtà molti di noi già sapevano che sarebbe potuta finire solamente male) e il mondo, posso dirlo con convinzione, va avanti anche grazie a persone come loro. Chi siano questi “loro” lo scoprirete strada facendo e se ancora vi state chiedendo: “Cos’è il nucleo?” la risposta è “ tutto e nulla… una famiglia o molto meno, un contenitore o poco più”. Il nucleo è quanto di più importante ci sia stato al mondo finora. Posso dire di essere riuscito a restare al mondo grazie alla sola presenza del nucleo, generatore di un campo gravitazionale protettivo. Ma il nucleo ha ormai i suoi legami corrotti e laceri anche per parte mia. Avrei voluto dire “colpa”, ma poi all’improvviso non mi sembrava la parola giusta. Qui dentro ci trovate i nostri giorni, i nostri tentativi (disperati o meno), le nostre tracce di resistenza in una provincia digitalizzata che usa internet per rimorchiare (poco e male) su computer dove I tunes risulta regolarmente troppo pesante come programma e finisce con impallarci tutto, lasciandoci così a guardare i video su You Tube e a comporre romanticamente le nostre canzoni per ragazze molto più pragmatiche di noi.

Dentro al “Nucleo” ci sono le nostre convinzioni, nate dai libri e dalle canzoni, dove l’amore è tutto o nulla, a seconda dei momenti. Non c’è la droga e non c’è il sesso, ma c’è tanto rock n’ roll. Ci sono le stesse tentazioni e tutte le passioni che smuovono le anime dannate. É una storia di bravi ragazzi, bravi davvero a complicare le cose e a non trovare il loro posto al sole. A tutti loro, me per primo, manca qualcosa.

Sembriamo usciti dalle brutte pagine di un oroscopo d’inizio settimana, già dall’oroscopo di un lunedì…

C’è a chi manca l’amore, a chi il lavoro, a qualcuno la salute e così via dicendo. Ma siamo qui, a fare del nostro inutile meglio tra una notizia deprimente al telegiornale, una strage di città e un amore lasciato in qualche lontano aeroporto. Siamo qui, artisti del nulla: con una chitarra, una moto, una penna, una birra, persi dietro a mille e duecento venti sogni che da sempre bagnano le nostre notti tristi.

Siamo qui a inventarci tutto quello che ci manca, dall’amore, al lavoro alla salute e così via perché anche quando ci chiedono “Come va?” e vorremmo dire che va tutto a puttane, che è uno scatafascio questo paese e che va di merda, ingoiamo la nostra dignità e tiriamo fuori la nostra fantasia per dire “Bene, grazie”, perché solo chi ha fantasia può pensare ancora che le cose qui vadano bene. Ad ogni modo, semplificando tutto, posso dirvi che è la storia di una canzone. Di come scrissi quella canzone e del suo perché. Ed è sempre la storia di una ragazza che diventa donna, lontano da me.

-Qual è il suo rapporto con la scrittura?

E’ rifugio, è fonte di vita. Penso che per ogni scrittore il gesto stesso, l’azione dello scrivere, sia fondamentale: una dichiarazione di vita. Apprezzo sì la rivoluzione digitale, anche se per me scrivere è macchiarsi d’inchiostro. L’ossigenazione che la prosa riceve dalla manualità di una semplice penna è molto diversa da quella freneticamente imposta dai tasti di un pc.

-Sta girando tra gli scaffali di una libreria e scorge il suo libro. Un buon motivo per acquistarlo?

Per convincere qualcuno ad acquistare o a leggere “Il Nucleo” vorrei raccontare la storia stessa del libro, che trovo di per sé interessante. Dovete sapere che i libri, perfino i miei, di solito hanno altri percorsi.

Il “Nucleo” ha invece seguito un percorso tutto suo. Prima di arrivare ad essere libro è stato altro:

– innanzi tutto vita, il 33% di questo libro è frutto di quanto è accaduto realmente in un anno, il 2010, l’anno che ha cambiato la mia vita.

-amicizia, questo, inverosimilmente è un libro sull’amicizia che narra in maniera epica/malinconica la gioventù (anagraficamente allargata) della provincia.

– poesia, l’idea originale è partita tutta da una poesia che finora è stata pubblicata solamente sul gazzettino di “Polacy w Trentino”.

– canzone, già, una canzone realmente esistita c’è ed è “Joasia”, che troverete nel cd dei Tomakin. Un’ottima occasione quindi per fare l’accoppiata Cd+libro, non avete scuse per non vivere a pieno questa esperienza narrativa/musicale davvero unica nel suo genere.

– regalo, perché il “Nucleo/Caffè per un amico” è tutta una storia di regali.

Regalo è stata la poesia originale per una ragazza, regalo di compleanno è diventata la canzone, da Alessio a Giovanni per me prima e da me a Joanna poi (il 33% di vita che vi dicevo prima).

Regalo di Natale, il “Nucleo”, nella sua versione grezza lo è stato invece per 4/5 persone che se lo sono trovato nella mail la mattina del 25 dicembre 2010, a conclusione di questa piccola grande avventura.

Regalo inteso come omaggio invece lo è nei confronti di Marco Ferraris, un amico, che trovate nel libro sotto uno pseudonimo affettuoso. Lui ha vissuto questo famoso 2010, il 33% di reale che trovate nelle pagine seguenti, con il sorriso sulle labbra e nella piena verità del nostro motto: lotta solo quando ci credi, il resto non conta. Marco è scomparso, all’improvviso, quando all’improvviso significa sempre e solo “troppo presto”, il 25 gennaio del 2011. A lui e al Professor Pietro Marchesani va tutto il mio sentito affetto e omaggio. Perché l’amicizia, quella vera, non è nient’altro che un magnifico regalo.

 

potete leggere l’articolo completo di Marina Bisogno su Caffè News

Da La Foto di Bruguel, omaggio a Wisława Szymborska

Oggi mercoledì 1 febbraio 2012 è mancata Wisława Szymborska. E’ stata, ma che dico, sarà parte della mia vita.

Solo una volta dovevamo incontrarci, o meglio io avrei dovuto assistere a un suo intervento. Era a Genova, l’anno del mio servizio civile…ma questa è un’altra storia…

Di seguito trovate un mio personalissimo omaggio, estratto da La Foto di Bruguel, libro che non leggerete mai.

1957

 

Quello che vedo è un quadro.
A dirmi la verità, non è nemmeno tanto famoso, visto che si è perso, con il passare del tempo da qualche parte su una parete anonima di un lontano museo della fredda Berlino.

La tela è dipinta in sfumati cieli di tinte celesti e in abissali mari purificati da un  pallido sole.

Ho visto questo quadro tempo fa, in una fotografia riprodotta su qualche catalogo d’arte autorizzata.

Di questi tempi serve un’ autorizzazione per tutto.
Anche per l’arte. penso mentre me sto seduta al tavolo volgendo le spalle al futuro.

– Legno delle foreste di Rzesow- penso mentre le mie dite ne grattano nervosamente la superficie piana.- Dalle venature del legno sembra sia ancora possibile risalire ai racconti delle nevi degli inverni passati…

 

Sul legno fisico e sulla neve mentale giace un foglio di carta.
Un foglio giallo e grezzo, autorizzato, come tutto del resto, dalla legale volontà della Repubblica.

In fondo si tratta sempre di carta che viene dal legno. Per scrivere una poesia,alla fine, ci vuole per forza un albero. Poesia della natura. – Salvo autorizzazione.
Bevo un bicchierino di vodka.

Per buona educazione, da queste parti quando si ricevono ospiti, si offre sempre qualcosa da bere.
Per questo motivo ho aperto la mia bottiglia miglior proveniente dalla mia piccola riserva personale non autorizzata.
La migliore che avevo in casa.
Ovviamente se è buona non è autorizzata dalla Repubblica,  ma  è una di quelle distribuite dal secondo canale.
Il canale delle persone e dei soggetti non ufficiali.

 

Ho aperto la mia bottiglia migliore pensando al rischio che hanno corso tutte quelle persone per distribuire qualcosa di proibito come questo.
Vodka come libri.
Alcool come poesie.
Emozioni che bruciano clandestinamente l’animo.
Brindo solennemente.

– Alla nostra. E mentre il bicchiere è ancora levato in aria una voce lontana sembra rispondere.- Alla tua Wisława.

 

Anche oggi ho ricevuto la visita di una vecchia amica, la poesia..

L’ospite è di casa ma questa volta si comporta in maniera diversa, inusuale nella sua immobilità: se ne sta lì, ferma, silente all’altro capo del piccolo tavolo di legno, a qualche venatura di distanza, sepolta dalla neve caduta del passato.

Questa separazione ricorda una fantasticheria di qualche tempo fa.

Una di quelle visioni giovanili che segnano le notti prima degli esami, tremolanti ed eteree nelle dissolvenza del mattino.
Dalla finestra entra una falena, attratta da un cuore che batte cieco nell’oscurità.
– Un segnale- codifico un’immagine che squarcia l’oblio di questa notte.

 

Sogno di essere al mare, persa in un panorama esotico. Non il mare di Elbląg, autorizzata località turistica della Repubblica. Sogno di essere in  qualche paesino bizzarro come Witold nella lontana Argentina o come Sławomir a Chiavari e solo in questo sogno mi  accorgo che nel dizionario, tra le parole dell’uomo, non esiste un’azione appropriata per la poesia.

Davvero, non si “poesiagisce”.

La poesia si fa.
Si scrive.
Si recita.
Si interpreta.
Imprigionata lì dov’è, dal non avere un verbo tutto suo.
Come una scimmia legata alla catena.

Incatenata al tavolo, dalla Repubblica e dalla vita.

Non è forse questa la storia dell’uomo?

Guardo, con la lentezza di uno sguardo invernale il panorama che si staglia lì, fuori da quel taglio nel muro che è la finestrella. Bianco di neve.

Come un fiocco cade il mio sguardo sul foglio. Giallo.

Affido al destino la mia poesia mentre c’è già chi si prende fin troppa cura della mia vita: la Repubblica Popolare Polacca che si preoccupa della vita di tutti i suoi bravi cittadini.

E forse, quella di una poetessa è una vita che vale di meno?

 

 

Le due scimmie di Bruguel[1]

 

Questo di maturanda è il mio gran sogno:

sul davanzale due scimmie incatenate,

fuori svolazza il cielo

e fa il bagno il mare.

 

In storia dell’uomo

balbetto e arranco.

 

Una scimmia osserva ironica la scena,

l’altra sembra appisolata-

e quando alla domanda resto ammutolita,

mi suggerisce col quieto tintinnio della catena.


[1]   La gioia di scrivere-tutte le poesie (1945-2009), Wislawa Szymborska, Adelphi Edizioni, 2009

 

Adam Mickiewicz, come i grandi profeti…

Come presentare oggi al pubblico italiano Adam Mickiewicz è una domanda che non trova semplici risposte.

Poeta classico in un mondo editoriale dove la poesia gode di residuo spazio tra gli scaffali, nonostante la recente scoperta nel nostro paese dell’ars poetica di Wisława Szymborska, Mickiewicz è una figura che non ha epigoni all’interno del nostro panorama culturale.

Adam Mickiewicz è un Mazzini, un Garibaldi, un Dante; tutti raccolti all’interno dell’esistenza di una persona.

Fondamentale, per meglio capire l’arte e la vita di questo autore, è il concetto di Messianesimo polacco (1), secondo cui la Polonia sarebbe il Cristo delle Nazioni, infatti dalla sua sofferenza e dalla sua schiavitù nascerà una nuovo mondo, redento appunto dai sacrifici dei pellegrini polacchi che all’epoca combattevano “per la nostra e la vostra libertà” anche sul disunito suolo italiano. Mickiewicz stesso si impegnò in prima persona, dall’Italia alla Crimea, formando e motivando legioni polacche nel nome del suo credo messianico.

Mickiewciz, poeta e profeta impregnato di spirito messianico, si adoperò durante la sua vita in prima persona alla “religiosa” quanto astratta causa polacca in attesa della terza finale caduta di Varsavia, segnale di una Parusia nazionale prossima a venire. Lui che compose il poema nazionale di una nazione senza corpo, fece del Pan Tadeusz una sindone geografica riconoscibile dai pellegrini dannati sia dell’est che dell’ovest di questa terra.

Terminò la sua lunga esistenza in Crimea dove stava infatti cercando di formare delle legioni ebraiche già legione composte dai suoi fratelli maggiori raccolte sotto il vessillo di una messianica libertà perché profeticamente aveva capito che il destino della sua terra era legato a quella dei suoi abitanti di origini ebraica e che quindi andavano sì accolti come fratelli ma non solo, nella sua visione infatti dovevano diventare protagonisti del loro destino: polacchi, ebrei due popoli e un destino,  le sventure di questi popoli hanno trovato in Adam Mickiewicz un grande interprete, un poeta dotato della visione di un profeta, come i grandi profeti di Israele (2).

La parola di Mickiewicz, pur ispirandosi a fatti temporali, non scadette mai nel profano, fu sempre rivolta all’uomo, al suo popolo o ai popoli sapeva di religioso, ad ogni conquista, Adam Mickiewicz diede un carattere di spiritualità ed eticità. Anche  le conquiste sociali e delle libertà nazionali avevano il carattere di un concretizzarsi di un disegno di Dio, nelle sue parole.

“ Signore, Dio onnipotente! Da tutte le parti del mondo i figli di una nazione guerriera levano a Te le mani inermi. ti invocano dal profondo delle miniere siberiane e dalle nevi del Camciatka, dalle steppe algerine e dalla terra straniera di Francia. Ma nella nostra Patria, nella Polonia fedele a Te, non è premesso pregarti, e i nostri vecchi, le donne, i fanciulli, Ti pregano in segreto, piangendo. Dio degli Jagelloni, Dio dei Sobieski, dei Kosciuszko! Abbi pietà della nostra Patria e di noi. Dacci di pregarti nuovamente secondo il costume dei padri sul campo di battaglia con l’armi in pugno, dinnanzi ad un altare di tamburi e cannoni, sotto un baldacchino fatto con le aquile e le nostre bandiere, e dai alle nostre famiglie  di pregarti nelle Chiese della nostra città e dei vostri villaggi, e ai nostri figlie di pregare sulle nostre tombe. Ma tuttavia che la tua e non la nostra volontà sia fatta (3)”

La nazione per Mickiewicz non è entità geografica o territoriale ma un principio etico. La Nazione è connessione tra l’individuo è l’umanità, ha un valore religioso perché è termine intermedio, voluto da Dio, per il bene dell’uomo. Anche la Famiglia è un termine intermedio, ma tra l’individuo e la Nazione, Patria e Famiglia sono come due circoli, segnati dentro un circolo maggiore che li contiene.

“E la nazione polacca fu uccisa e deposta nel sepolcro e i re gridarono: Abbiamo ucciso e seppellito la libertà. Ma stolto era il loro grido, poiché commesso il più  grande dei delitti, avevano colmato la misura della loro iniquità, e la loro potenza finì proprio quando più se ne compiacevano. Poiché la nazione polacca non è morta; il suo corpo giace nel sepolcro, ma la sua anima ha lasciato la terra per il Limbo, ossia la vita pubblica per la vita privata dei popoli che soffrono la schiavitù nel loro paese, e fuori, per vedere le loro sofferenze. Ma il te giorno l’anima ritornerà nel corpo e la nazione risorgerà e libererà tutti i popoli d’Europa dalla schiavitù. Sono passati ormai due giorni, il primo è finito  con la prima caduta di Varsavia, e il secondo con la seconda e il terzo giorno verrà ma non finirà. e come da resurrezione del Cristo cessarono sulla terra i sacrifici cruenti, così alla risurrezione della nazione polacca cesseranno le guerre nella cristianità”

Per Mickiewicz il pellegrinaggio del popolo d’Israele dall’Egitto verso la Terra Promessa, è il pellegrinaggio di tutti i popoli che, con coraggio e perseveranza, lottano per aver un nome nel mondo. I popoli di ieri, di oggi e di sempre. In ogni popolo che cerca unità, che vuol scrollare la schiavitù, che vuol cancellare dalla sua fronte il segno di Caino in esso vi è Israele.“Voi siete nel vostro pellegrinaggio in terra straniera come il popolo di dio nel Deserto”.

Popolo è l’uomo che soffre, che anela, è l’uomo libero di spirito che non arriva con i piccoli sistemi fatti. “La chiesa aveva falsato l’ideale del Cristo le nazioni gridavano alla Chiesa di accogliere lo spirito nuovo”.

Qualcuno di voi magari ricorderà l’espressione usata da Papa Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla da Cracovia, che, parlando degli ebrei li indicò come “i nostri fratelli maggiori”. Parole importanti di fratellanza vero ma che nascono dalla penna di Adamo Witkiewicz, fu lui infatti a coniare questa espressione in riferimento agli israeliti. Mi piace sottolineare il fatto che un Papa abbia citato uno scrittore in un mondo, quello moderno, dove un ministro italiano non molto tempo fa osava affermare che con Dante non si mangia, o qualcosa del genere…

(1) Il messianesimo polacco aveva per oggetto una profonda trasformazione degli individui e delle nazioni, sotto la guida di una nazione, la Polonia, che doveva fare per le altre quel che il Cristo ha compiuto per l’Umanità. offrire loro un modello di vita nazionale, soffrire la persecuzione e la morte politica, risorgere per provare l’immortalità dello spirito nazionale.

(2)“La parola di un poeta, potrebbe dire qualcuno. la parola di un poeta, perché anche la poesia ci offre una scintilla di verità Ma Mickiewicz è più che un poeta, egli è un grande profeta, come i grandi profeti di Israele con i quali ha tanti punti di rassomiglianza” (G. Mazzini A. Mickiewicz, in The Polish Monthly Magazine, Londra 1838)

(3)A. Mickiewicz, Gli Slavi, a cura i Marina Bersano Bergey, Utet, Torino 1947,pp.88