Nucleomizzandomi

Per molti di voi non vorrrà dire nulla, per quei pochi che l’hanno letto vorrà dire qualcosa, per me in questo momento vuole dire tutto.

Parlo de “Il Nucleo”, la mia ultima fatica letteraria che sta lentamente andando nel porto del suo finale…questa è una delle ultime pagine che c’entra poco o nulla con la vicenda ma che da sola sembra dare un senso a tutto…nucleovizzatevi!

C’è un tasto, un martelletto da macchina da scrivere dentro me, che per tutto il tempo resta a vuoto, attaccato a qualche altro carattere, ma è li pesante e il suo peso lo porta a cadere, a imprimere il suo inchiostro nelle parti bianche della mia mente…martella, martella, gira a vuoto, bianco, bianco, nero, nero, è qualcosa che c’è da sempre, un tintinnare sordo di qualcosa già scritto che si sta riscrivendo dentro me…è ciclico, non è vitale non è necessità e non ha punteggiatura sparsa è un richiamo a una forma originale spoglia persa.

23 novembre 1980… anche così

Nelle versioni ufficiali, quelle raccontate dalle petulanti voci dei media e quelle stampate tanto frettolosamente, quanto ufficialmente, nero su bianco dei libri di storia, è permesso usare e menzionare il termine Sisma.

Contrariamente a quanto avviene invece nella mia famiglia: per intenderci, da noi, tra le mura agitate delle nostre case, sisma non vuol proprio dire un emerito cazzo!

Pensate all’equazione “Sisma uguale media terremoto uguale memoria”.

Dovete sapere che il sisma non esiste, c’è invece da sempre o da tempo immemore IL Terremoto.

Qui da noi, tra noi, se volete farvi intendere dovete usare la parola Ter-re-mo-to!

Allora sì che avrete raccolto e destato la nostra attenzione.

Così come nella lingua napoletana “La stagione” è una sola ed è l’estate, ecco che il Terremoto divenne la nostra lingua.

Tutto quello che accadde dopo, la nostra storia, rimane impresso in un filamento di Dna nel nostro tessuto familiare.

A volte non c’è nemmeno bisogno di usare il sostantivo, basta usare un aggettivo: quello!

Quello degli anni 80, quello dell’Irpinia che ha scavato nelle vene e sulle facce di nonni e di zie i segni inequivocabili di un lungo destino ai limiti della sopravvivenza da lì a venire.

Quello che prima era e quello che dopo non sarebbe più contato allo stesso modo.

Fu come se il 23 novembre 1980 smise di essere un giorno del calendario.

Questo giorno smise di essere una data e abbandonò la dimensione temporale per trasferirsi disastrosamente in quella spaziale, diventando un crocevia tridimensionale di sconfitte.

Tra quei 2.914 morti, fortunatamente e casualmente, non ci fu nessuno compreso nella cerchia dei miei familiari, e forse anche per questo motivo il Terremoto divenne una serie di racconti, un patrimonio generazionale tramandato di bocca in bocca e che forse,  solamente ora trova il suo spazio nel mondo della scrittura.

Mentre la terra tremava e il mondo si capovolgeva le persone erano, erano qualcos’altro in qualche istante prima…

La memoria di quel mondo è nata e si è sviluppata poi nel post terremoto.

Faccio fatica, anzi non ricordo assolutamente nulla di com’era o di cosa c’era precisamente in quel mondo prima del Grande Disastro.

Tutto quello che ho potuto ricostruire è come quell’evento influenzò la società , il suo modo di vivere e la lingua parlata di quella piccola e rivoltata comunità contadina.

Di certo anche ad Avellino città si era avvertita la pesantezza del dramma.

Lo stadio locale, il Partenio, la tana dei lupi bianoceverdi fu chiamato ad ospitare le tendopoli e in molto ancora ricordano le immagini al televisive dell’epoca.

Altri racconti dalla città sono arrivati da mio zio che in quel drammatico giorno se ne stava tranquillamente a cazzeggiare nei suoi venti anni, a fare vasche, a strusciare per il Corso Vittorio Emanuele in cerca di avventura e di ragazze.

– Era terribile, tremava tutto intorno e la cosa peggiore era che solamente io non tremavo.

Fisso, immobile come un palo fesso piantato su una terra che aveva deciso di scrollarsi di dosso tutto e tutti.

I palazzi alti intorno al Corso sembravano essere diventati all’improvviso dei ghiaccioli che andavano ripiegandosi e sciogliendosi su se stessi sotto il calore delle lingue di fuoco che si facevano spazio tra le fenditure della strada crepata.

Solo recentemente ho notato come nel racconto di mio zio manchi il boato iniziale, lo squillo della tromba dell’apocalisse, cosa che invece è sempre stata riportata dalle cronache di mio nonno.

Il padre di mia madre si trovava per le scale quando sentì la tromba della fine del giudizio, assordante e in grado di zittire tutti i battiti del cuore del mondo.

Ogni cuore, anche quello più coraggioso.

Poi fece le scale di corsa, dondolando di qua e di là, sballottato come un bambolotto di pezza nelle mani di un bambino capriccioso.

Ecco, a questo punto penso che si possa davvero capire come ci si sente in una situazione del genere.

Mio nonno, con le sue poche parole, l’ha descritto alla perfezione.

“Come un bambolotto di pezza nelle mani di un bambino capriccioso”, sballottato di qua e di là, nella mani di un destino incomprensibile che gioca con la tua esistenza negli attimi effimeri della sua eternità.

E nei paesi, gli affluenti sociali della città, furono maggiormente devastati.

Lì, si fa veramente fatica a trovare un evento, un luogo, una persona che non venne contaminata dai fatti di quel Terremoto.

Quando tornavo nei luoghi dell’infanzia scoprivo davvero l’effetto della rivoluzione innaturale provocata dal disastro naturale.

Il paese alto era crollato o pericolante e così quasi tutto era trasferito in basso, nella valle vicino al fiume.

In alto, nel vecchio borgo diroccato rimaneva poco.

Rimaneva la fontanella d’acqua, ormai chiusa e dove una volta le donne del paese si riunivano per approvvigionarsi di acqua e di storie locali ormai erano più i fantasmi che altro.

Tutta la bassa magia del mondo agricolo era legato a quella fonte d’acqua.

Tutti gli incontri con gli spiritelli magici, l’invidia iettatrice, gl’uocchie, tutto girava lì intorno e tutto era stato essiccato dagli eventi del post terremoto.

Quel mondo magico cessò lì, andò a scontrarsi con le promesse progressiste degli anni 80, dove la tecnologia e la moderna edilizia avrebbero sopperito ai bisogni e alle necessità di una popolazione cacciata di casa, sfollata.

Ricordo i prefabbricati, umano frutto innaturale della terra, del terremoto e le colonne di container piene di misteri. Ricordo delle domande fatte a mia madre quando io ormai globalizzato mi spostavo verso i Beatles e le chiedevo:

“Mamma ma tu che ascoltavi, li ascoltavi i Beatles e i Rolling Stones?”

E ve lo giuro che la sua risposta fu Gianni Morandi! Davvero, lei ascoltava Gianni Morandi perché lui era arrivato fin lì dove i Beatles, i Rolling Stones e lo steso Gesù non erano riusciti a penetrare restando a Jevule, Eboli nel dialetto locale.

E c’era una mamma che ascoltava Gianni Morandi al posto dei Beatles e dei Rolling Stones e allora evviva Gianni Morandi.

E ricordo gli accenti svizzeri, tedeschi e irpini tutti mischiati in un casalingo melting pot nei miei compagni di gioco dell’epoca dai nomi sbiaditi.

Tutti così diversi da quelli che portavo in bocca e conservavo nelle mie orecchie.

Ricordo le domande dure e semplice come quelle genti.

Da dove vieni, di chi sei figlio, a chi sei nipote.

Acqui Terme e Alessandria sembravano proprio non essere in grado di soddisfarli, tutti i miei punti di riferimento, la mia altra esistenza non doveva dire proprio nulla alle loro orecchie.

Davidino, il nome con cui era conosciuto mio nonno in paese, era invece una porta verso molti sorrisi e verso qualche pizzicotto sulle mie guance paffute che mal sopportavo.

Comunque sia anche se non capivo molto in quel paese ci scorrazzavo in tutta tranquillità.

Mia madre, tornata alla tranquillante serenità della sua arcadia personale, mi lasciava ampi margini di manovra che altrove non mi erano concessi.

Mentre mia sorella frequentava le sue amiche, io a modo mio scoprivo il mondo.

Giravo, consumavo chilometri su quelle mie gambotte e guardavo, osservavo, mi incuriosivo sull’esistenza reale di questo altro mondo.

A scuola erano soliti insegnare l’alfabeto con nomi di animali non tenendo conto del fatto che nell’arco della tua vita questi animali non li non vedrai mai a meno che di partire per un safari o abbonarti comodamente al servizio delle tivù a pagamento; e lasciamo perdere la E di Elefante che dopo qualche riforma scolastica è diventata E come elica, ma M di maiale, C di capra e cavallo, P di Pecora erano tutte divinità pagane su al nord dove il più profondo contatto con la natura era la ruota del criceto.

Ricordo anche che c’era un bambino che pensava di essere bravo nell’imitazione del pavone ma non so su cosa si sia basato per questa sua opinione, forse sui documentari televisivi di Quark, perché per sua stessa ammissione non aveva mai visto un Pavone fino al raggiungere della sua maggiore età, quando per i suoi 18 anni si regalò una proibita visita al “Pavone”, poco distinto night club della provincia che sull’insegna riportava un disegno improbabile di questo uccello perso nelle ombre dell’urbanizzazione forzata che certi governi sempre hanno promosso.

Ma io per la prima volta avevo davvero l’opportunità di scoprire la natura:

conigli (i cucci come li chiamavano), i porcellini d’India, le bisce e perfino gli scorpioni che, perché pericolosi, mi piacevano un sacco.

Li intrappolavo sotto a un bicchiere di vetro capovolto e stavo a guardarli mentre agitavano la loro coda contro il vetro.

Crudeltà da bambino.

Andavo ogni tanto a trovare un uomo che doveva essere un santo per sopportarmi.

Amava dipingere ricordo che lo trovavo sempre a dipingere.

Lavorava in Svizzera, emigrato.

In vacanza tornava sempre al Paese.

Stava due case più in su di quella di mia zia.

C’era nel suo cortile un cancelletto verde.

La casa di Rodolfo era sempre aperta e io entravo senza preavviso.

Forse vedeva in me la probabile condizione di un suo eventuale figlio: senza terra e senza radici, non lo so, anche stavolta non ho la risposta giusta.

Lui se ne stava lì a dipingere fino a quando non si accorgeva della mia presenza.

Poi mi invitava a sedere.

Mi offriva da bere orzata o menta, anche se in realtà era più orzata che menta.

E parlava, mi raccontava di questa Svizzera così lontana, più lontana di Alessandria e incredibilmente ancora più fredda nei suoi lunghi inverni, di cui non avevo idea.

Mi insegnò anche due giochi con le carte: briscola, per giocare con lui, e un solitario per quando lui non ci fosse stato.

Io non l’ho più rivisto ora che mi sono fatto grosso ormai, ma il tempo ha conservato nella mia mente il suo ricordo e il suo viso.

So, per sentito dire da qualcuno, che una volta raggiunta la pensione lasciò quella Svizzera così estranea e se ne tornò in quella che lui considerava da sempre casa sua.

Mi auguro che sia ancora lì.

A dipingere o meno.

E a giocare a carte con qualcuno meno noioso di me.

Un altro personaggio che ben rappresenta il mistero di questo Sud verso cui sto sonnacchiosamente sferragliando sui binari (non dimenticate la storia in corso), si chiamava Ferdinando ma per me divenne teatralmente Eduardo.

Era Eduardo un personaggio, non un personaggio, un uomo che rappresentava la summa delle opere di De Filippo.

Era un giovane, afflitto da qualche disturbo o malattia mentale che in paese avevano fatto presto a riassumere sotto il soprannome de “O Paccio”.
Ferdinando il pazzo.

Abitava in una casa situata lungo una discesa.
O una salita per i pessimisti.

La via era ripida e univa il borgo vecchio a quello nuovo in costruzione nel fondo valle nel dopo terremoto. Non era un passaggio obbligatorio per me, c’era un’altra strada meno ripida che raggiungeva gli stessi luoghi e anche se all’epoca non conoscevo Robert Frost ero solito prendere “il sentiero non preso”.

Riassumendo: da casa di mia zia c’erano almeno altre tre vie per raggiungere la Piazza a fondovalle e poi mi avevano sempre raccomandato quando uscivo solo di stare attento a Ferdinando.

Mi spaventavano quasi di proposito, vedevano nella sua diversità un pericolo per me ma io stavo scoprendo quel mondo e i suoi pericoli.

Ferdinando stava sempre lì, affacciato alla sua finestra con lo sguardo proteso verso altre cose invisibili ai più e con molta tristezze al suo interno.

Ogni volta che mi sorgeva da lontano mi chiamava.

Sempre e solo per poche battute, ero una comparsa nel suo spettacolo.

“ Dove vai?”

“ Alla festa”

“ Vai che quest’anno è bella, più bella dell’anno scorso.”

“ Davvero è più bella ?”

“ Sì, davvero!”

“ E tu non vieni?

“ No”

“ Vieni anche tu!”

“ Io non posso, divertiti anche per me”

E il suo sguardo tornava a prestare attenzione verso tutte quelle altre attenzioni invisibili ai nostri occhi ma che per lui cadevano lentamente come pulviscolo danzante sui palmi accessi delle mani.

Anche lui non ho più visto e ogni volta che ci ripenso, al nostro spettacolo improvvisato, lo vedo lontano, a quella finestra.

Lui era una vedetta per qualcosa di incomprensibile ai più, lui sapeva di esserlo e non poteva allontanarsi da quella finestra per nessun motivo al mondo.

Affacciato verso qualcos’altro per tutta la sua vita.

Ho saputo della sua morte, non so come ma che a un bambino certe cose non si dicono.

E così sentitamente gli ho dedicato tutto il mio teatro.

Tutto il teatro di Edoardo, rifatto a modo suo, affacciato alla sua finestra con le sue visioni, le sue domande e quel senso di comprensione che solo lui arriva ad avere. Spero sempre di essere alla sua altezza.

Questo è parte passata della mia infanzia o parte di essa che nei momenti dei ritorni torna a galla assieme a quella strettoia della gola che devia la mia voce.

Per il resto non c’era nessuna ragazza, qualche studio, giocavo poco e passavo il tempo a interrogarmi.

Una sera si riaffacciò in mezzo a tutto questo il sud attraverso il Napoli.

Senza esserci mai state le mie radici stavano attaccandosi.

Pioveva e non si poteva uscire.

Si giocava un incontro di coppa Italia, la Roma contro non mi ricordo chi.

Ero a casa di mia zia.

Lei aveva prestato servizio a Roma presso casa di persone a me sconosciute. Aveva speso lì la sua gioventù e si era ritirata in pensione, non essendosi mai sposata, al suo paese.

La sua vita giovanile per me rimase sempre un mistero ma a Roma, di sicuro, aveva sviluppato una certa invadente simpatia per i giallorossi.

Così quel giorno si mise a guardare quella partita.

Arrivati alla fine del primo tempo disse:

“ Bella Roma, è grande sai?”

Non avevo ancora ben sviluppato il concetto di grande. Roma poteva essere più grande di camera mia, delle mie scuole Saracco ad Acqui, di Acqui, tutta, di Castelfranci o di Avellino stessa.

Sapevo però che grande non significava per forza bello.

“ Sì zia”

“ Ti piace la Roma? Io sono della Roma. Ogni qualvolta che gioca la Roma penserai a ziuccia tua?”

Era la prima volta che sentivo l’espressione “ io sono de” ed era anche la prima volta che mia zia radicava così bene il futuro in sua frase. Sapeva forse di dire qualcosa che avrebbe lasciato un segno nel tempo. Mi suonava strano, forse a Roma parlavano tutti così?

Pioveva, il cielo era già di suo votato alla tristezza, e mi accorsi solo col tempo che passa che diedi un’ amarezza a mia zia. Avevo, sfortunatamente per lei, già deciso:

“A me piace il Napoli”. Non ero ancora padrone della formula magica “ Sono del”.

Non era quello che lei si aspettava e ai suoi occhi debbo esserle sembrato un nipote ingrato.

Seguì un silenzio che dovette sembrare eterno e poi aggiunsi ingenuamente ma sinceramente quasi a rimediare:

“ Però ogni volta che gioca la Roma ti penserò”

Non disse nulla e mi abbracciò, per poi riprendere a guardare la partita.

E ancora oggi che gioca la Roma penso a lei che non c’è più, a quel giallorosso di tanti anni fa, a mia sorella e a quei due cugini di Roma che venivano tutti prima di me.

Finiva sempre la mia estate quando tornavo dalle vacanze.

Un ultimo e lontano ricordo del terremoto dell’Irpinia fu quello che mi venne raccontato molto dopo, quando ero abbastanza grande (secondo loro) per apprezzare a pieno l’aneddoto.

Come già accennato prima, il terremoto sorprese tutti ma proprio tutti durante la loro normalità.

Nel paese di cui vi dicevo prima in fondo era un giorno come un altro dove il tempo sembrava scorrere immobile come in una vicenda di Hrabal.

Erano tutti impegnati nelle loro piccole cose e nessuno poteva immaginare quanto sarebbero stati sconvolti poi.

Ma vi dirò di un signore di mezza età che era solito lavorare la terra fuori dal paese, alzarsi presto col canto del gallo e faticare quando l’aria del mattino è ancora fresca per poi tornare a casa e impiegarsi in altre faccende.

Non so darvi indicazioni temporali precise perché tutto è ormai perso nella leggenda o nella cronaca.

Questo tizio, tornò a casa e la sua terrà allora tremò.

Era nel bel mezzo del suo bagno rinfrescante.

Il mondo lo scosse e lui si ritrovò lì, perfettamente nudo.

Immaginate una di quelle case coloniche, contadine, di due stanze e con tanto di arredo religioso: crocefissi e immagini di santi.

L’istinto lo prese, senza nemmeno starci a pensare su più di tanto, lo prese e coprì le sue vergogne con un quadro del santo, scappando fuori in un mondo impazzito.

E corre, nudo, tenendo davanti a se l’immagine di un santo e portato da cristiana pietà comincia a gridare, correndo con l’icona sul pube:

– Raccomandatevi a chisto, Raccomandatevi a chisto.

Che letteralmente significa: Raccomandatevi a questo.

La storiella è finita qui.

Nulla di particolare, tra sacro e profano, come si dice, ma mentre stava correndo fuori dalla casa, l’immagine del santo scivolò via dalla cornice, lasciando il poveretto solo con le asticelle della cornice in mano che ben inquadravano le sue nudità.

E mentre, correva fuori , invocando i santi fu visto, impazzito, raccomandarsi al cazzo.

Anche questo fu il terremoto.

A volte ritornano…

Capitolo nove- la prova mancata

Viaggiando i ricordi si allargano sempre come macchia di olio sulla tovaglia senza candeggio della vita.
E tra un quadretto e l’altro della poca fantasia biancorossa tovagliata della vita si può trovare qualcos’altro.
Poco prima di partire pan Hildebrando, scrittore sconosciuto di Polonia, aveva trovato un incontro casuale con un suo vecchio amico.

Suo nonno, il nonno di tutti gli Aristolakis oggi viventi, gli rammentava sempre che gli incontri si trovano perché si cercano!

Se no, tuonava come ogni nonno formatosi sulle colline, scordati pure le ragazze!

Il vecchio amico che aveva trovato l’incontro era un ragazzo che Hildebrando aveva conosciuto e frequentato ai tempi delle superiori.

Entrambi sepolti nel sonno invernale di un istituto tecnico superiore che spalancava ma che forse esiste ancora e spalanca tutt’oggi, le porte all’agonia della provincia di periferia.

Tornava in bocca il sapore meccanico, misto all’alcool di quei cappuccini industriali svenduti da quei distributori di benessere privi di calore umano.

E le mattinate perse là dentro che si accavallano ora tutte una addosso all’altra con lo stesso significato di tempo perduto.

E ricordava assieme a quel compagno del tempo le parole sprecate, i gesti inutili e le repressioni generose perché Hildebrando e i suoi amici persi nelle liste del tempo sapevano che i tempi non cambiano, corrono solamente e sono sempre gli stessi, cambiano solo la velocità.

Oggi invece vedeva il mondo attraverso i suoi occhi.

In qualche oggi di una qualche settimana e di un qualche mese della sua saga capiterà anche questo oggi.

Gli capiterà di soffermarsi a guardare il mondo e di buttare giù qualche considerazione.
Tutto sembrerà così ovvio.

E avrà paura, anche lui, un giorno qualunque, di sembrare banale.

Quell’oggi ha deciso, deciso di guardare al mondo e di non aver paura. L’ovvietà è il regno del mondo altrui.

Seduto su di una panchina, di quelle di legno che danno ancora il coraggio del contatto col mondo.
In una piazza, slargata e protetta ai quattro angoli da palazzi bassi e da un nome coraggioso terminato nel dramma.
Qualche albero in questa piazza e il sole che viene a trovare Hildebrando, ti saluto sembra dire il sole a te che finito di lavorare ora potrai riposare.

Bella roba il sole, andrà d’accordo coi santi, ma sui personaggi minori infierisce sempre pensava un personaggio minore come Hildebrando.

Un libro come compagnia, perché il rampollo degli Aristolakis è uno che legge, confusamente perché le sue idee chiare solo così glielo permettono.

Il libro, chiuso, riposante, poggiato sulla panchina, la copertina rivolta a terra, quasi che la forza di gravità possa aiutare così a contenere dentro al libro i demoni di pensiero, demoni che oggi non debbono uscire in quella piazza di coraggio antico e perduto.

Il nostro protagonista solleva la testa, a guardare oltre, poi raccoglie lo sguardo e lo concentra, allontanandosi dall’oceano delle avventure e lo focalizza su quel momento.

Emerge l’attenzione periscopio di Hildebrando, si affaccia ora nella superficie del presente.

La prima cosa che vede con questo sguardo coraggiosamente nuovo è una scenetta a tre:

padre, figlio e amico del padre. Una trinità di richiamo perfetta.

Mentre i due adulti discutono di cose banali, il bambino è sicuramente annoiato.

Dopo aver prodotto in maniera educata il maggior numero di decibel possibile, il figliol prodigio chiede al padre di fare una corsetta.
Il padre stizzito e disturbato nel mezzo del suo dibattito, si trova a rispondere:
No, non vedi che c’è gente? Così senza effetti spettacolari Hildebrando in un giorno normale divenne comunissima gente senza confondersi.

Il libro, quel inferno pesante, rimase ancora un po’ lì, chiuso, ignorato da tutti, poi le mani dalle radici monferrine lo presero e se lo portarono dietro in altre avventure e in altre osservazioni.

Dall’anonimato si decise per una volta, una volta sola a passare all’azione, anche se la sua di azione era sempre troppo letteraria, ricordava nei suoi libri quelli che aveva letto che Kerouac non aveva bisogno di uccidere tori per fare bruciare una pagina, anche se ricordava che di anime peregrine e di notti pellegrine non ne aveva vissute molte l’Hildebrando nostro sbadigliante per la notte lavorativa.

E il mattino si spense dietro le parole banali di un padre, non sarebbe mai stato un padre banale lui, in fondo tutti gli Aristolakis sono stati padri geniali, geniali nel tramandare il gene dell’incredulità ai propri figli, l’unico che titubava invece, che ogni tanto era preda di sconforto era Hildebrando.

Colpa del muro di Berlino diceva suo nonno.

Se quel muro non fosse caduto oggi non sarebbe così, ma sicuramente non è mai andato oltre questa frase.
Nonno Aristolakis era saggio e alla politica ha sempre preferito le donne, hai mai visto un politico bello?
Lasciala fare ai brutti diceva che è l’unico modo che hanno per attirare l’attenzione.
Nelle tue vene scorre nebbia, obbedienza, vino, legami di terra e profumo di muschio…lascia perdere la politica.

Era semplice la vita da nonno, forse, non così semplice essere un nipote meteora in questo modo troppo veloce, troppo davvero.

E tra le parole del nonno spuntò l’appetito.

Andò a fare colazione in un bar che era anche bar dell’albergo.
Gli strani casi della vita lo portavano a fare colazione in albergo pur facendolo dormire a casa, di giorno.
A pochi metri da casa sua.
La sua colazione consisteva in un caffè macchiato, molto macchiato, il latte è ossessione presente da quando stava scrivendo quel racconto omaggio a Philip K. Dick.
Stava facendo anche altre cose, a parte i soldi, quelli non li stava facendo per niente.
Stava lavorando come portiere notturno.
Un’altra di quelle sue esperienze formative che più che formare il carattere servono ad abbatterlo.
Il mondo fuori si divertiva di notte, lo dicevano tutti, lo dicevano tutte le pubblicità, persino il sole voleva la notte per divertirsi.
E Lui?
Lui l’eroe letterario lavorava di notte, sorrideva e accoglieva persone con un’ospitalità da classici greci.
Ma tornando al giorno che poi Hildebrando è antieroe notturno e figurante di giorno nelle grandi storie del mondo, tornando al filo conduttore risulta che al mattino faceva colazione in albergo per poi andare a dormire a casa.
Al bar dell’albergo che giace a pochi metri da casa sua.
La compagnia della colazione erano 4 o 5 elementi che più o meno a quell’ora si trovavano casualmente o meno.
Due amici che lo conoscono da quando è nato, una sua amica e a volte a caso qualche altro personaggio tipo Stagione Fallimentare o il Duca, un altro suo amico.

Al solito come è solito in questa parentesi straccio di vita, a fare colazione, passando dal retro, come anime secondarie, ma intime, sarà sveglio ancora per poco se mai lo è stato, come premio un unico sonno e forse un sogno, sberleffo del sole a parte.

In fila indiana attraversato il corridoio che porta al bar, da una strettoia vede uscire prematuramente forse il sogno.
E’ la nuova ragazza sfruttata-tuttofare, categoria in crescita demograficamente.
E’ lei in quel camice azzurro che risalta la sua carnagione, in netto contrasto con la pelle ambrata eredità di un altro sole, diverso rispetto a quello monferrino che aveva da sempre accompagnato gli Aristolakis.
Ha un naso stretto e piccolo come un vortice di promesse e i suoi due occhiali tondi poggiano su quelle guance perfette.

Ricorda subito le pagine di Arturo Bandini, non ricorda il numero, ma ricorda le sensazioni che Arturo Bandini provava in “Chiedilo alla polvere” di fronte alla sua principessa Azteca.
Ecco ora l’aveva capito, forse, davvero aveva capito come si scrive un libro e come nello stesso tempo ci si innamora di una ragazza.

Due cose che aveva sempre pensato differenti. Altro scherzo del destino: sarà lei a preparargli la colazione. Mentre sono rumorosamente presenti, lei traffica con quelle macchine del caffè da bar che sembrano eterne, grandi e con poco colore ma molto calore.

-E tu, macchina da guerra, quante bustine di zucchero vuoi?-

No, pensa, mentre la domanda è proprio rivolta a lui.

Macchina da guerra è un suo soprannome o almeno un soprannome che gli avevano lontanamente dato.
Viene fuori poche volte per sua fortuna, ma tutte le volte sono tutti attratti dalla solita domanda

– perché macchina da GUERRA?-

Forse perché Hildebrando è un nome troppo comune, vallo a sapere…

“due” è la sua risposta sulle bustine di zucchero.

Lei, l’ultima arrivata nella sua vita, gli mette il piattino davanti, il cucchiaino prima della richiesta del latte: -Mi ci metti un po’ di latte?-

Lei, solo lei, da dietro il bancone prende il contenitore che luccica, scrigno dei desideri mattutini, con dentro il latte, lo sofferma a mezz’altezza sopra la sua di tazzina e comincia a versare

– Così va bene?-

– Ancora un po’-

dice lui e non dice solo al latte. La tazza ora è piena e la solita immancabile domanda deborda

– Come mai ti chiamano Macchina da guerra?-

Risponde la combriccola

– Guarda che fisico che ha se non è una macchina da guerra lui… quasi che lo presentiamo alle elezioni-

Lo sguardo da dietro il bancone si arroviglia sul protagonista meno protagonista di sempre, due occhi diventano due punti interrogativi dietro a due occhiali.

Ecco lo sapeva…prendere tempo, bisogna prendere tempo, consegnare al mondo tempo, non farsi battere dalla velocità schiacciante di questi tempi confusi, prendere sempre tempo

– Storia lunga, ora stai lavorando non hai tempo…-

– Me la puoi raccontare dopo se ti va?-

Se gli va, dov’è il megafono? IO SONO ARTURO BANDINI OGGI!!!! Oggi Hildebrando nella prosa del suo racconto può passare alla prima persona.

Ok a dopo…
L’aspetta, in fondo quello che fa sempre è aspettare, ogni altra parola, mentre gli altri parlano per lui sarebbe sprecata.
Può solamente dire che l’aspetta, alla fine eccola là, la principessa sudamericana in un cappotto troppo grande per il sud America con l’aria che comincia a farsi fredda… si erano dati appuntamento al suo risveglio, lei avrebbe finito il suo turno quotidiano, lui sarebbe tornato nel mondo delle persone sveglie e poi si sarebbero rivisti.

– Eccomi-

– Ciao- solito scambio di saluti…- dove andiamo?-

– Ti va un caffè?-

– Sì, ok-

– Seguimi, conosco un posto-

Camminando per due minuti gli sembra che non siano due minuti che dovrebbe dire qualcosa di assolutamente intelligente ma che dire, cosa può far sembrare una persona intelligente?

Poche domande è molte certezze sembrava tuonare dalla memoria il nonno donnaiolo degli Aristolakis.

Arrivano al bar, si siedono, consumano due caffè…con molte chiacchiere e fumo… lui non è quello, SONO ARTURO BANDINI!!!!! Ha da dire.

Ecco glielo chiede:

– Hai mai letto “Chiedilo alla polvere?”-

– No, cos’è?-

– Un libro, di John Fante…conosci JOHN FANTE?- non aspetta nemmeno la risposta che continua a parlare – è la storia di Arturo Bandini, uno scrittore o presunto tale che ha scritto solo un racconto intitolato il Cagnolino ride ma adesso non mi chiedere cosa ci sia scritto in quel racconto perché non lo so, si diceva che incontra, ecco sì, incontra una cameriera e…se vuoi a casa ne ho una copia, te la presto…volentieri-

– Ok- dice lei e uscendo sono già diretti verso casa sua, l’interregno onirico di Hildebrando ora divenuto l’atrio Arturo Bandini verso la polvere…

Sono in camera sua, il resto non conta…

adesso sono davvero loro: un io e una lei.

Non lo sa chi sia: è una ballerina del sud, una maga dei tropici, una statua di umidità e sogni, una notte stellata sotto un altro equatore…

– Sembra bello-

– Prendilo- a significare: prendi il libro, prendi tutto…ma è ancora tempo di parlare piccola figlia del sud…

– Metto un po’ di musica ti va?-

– Sì, certo-

Mette le cadenze occitane, il ritmo allegro e sfocato dei Massilia Sound system…l’aria di Marsiglia che sferza al suo est, due o tre canzoni e poi chiede.

-Carino, ma non l’hai Anastacia?-

– No, no davvero- mette su la radio e quella roba commerciale che passa da Nek al nulla.

La vede, in lei vede i bar di Caracas, le notti stellate, il caldo, il mate, una parlata veloce e ritmata come guida verso i sogni, il sole come riferimento costante, vorrebbe andarsene per la prima volta da lì, da quel posto che è sempre stato suo, andarsene per tornare ad un livello più semplice di stili di vita, di bisogni primordiali e di altre musiche, vorrebbe e allora chiedo a lei cosa vuole.

– Una casa, una macchina ma per cominciare ora vorrei un aspirapolvere!!-

Poveri piccoli Gianni Maya e Paolo Aztechi, derubati fino in fondo, fino al loro fondo dagli Appenini alle Ande. Derubati dei loro diritti ai sogni da un signor Hoover o un signor folletto, derubati dalle compagnie produttrici di aspirapolvere.

Non c’è seguito nel ladrocinio, pensa alle parole di De André nel testamento di Tito “guardale ora quelle leggi tre volte inchiodate nel legno…”.

La lascia andare via, non è più Arturo Bandini, è quello che cerca posto a pag. 221 di qualche libro sulla letteratura del futuro mentre lei, beh, lei è ancora una che non sa perché lo chiamano macchina da guerra…
Anastacia ora è un aspirapolvere…e lui se ne torna alla terza persona, alla non azione, alla sua non azione con Sara, ecco sì è quello, quella, non sa perché ma ora gli è venuta in mente Sara, luce lontana dal cuore dell’azione, la non azione è meglio delle azioni quotate in borsa dei sadici produttori di aspirapolvere.