La parola magica

Durante le sue imprese un cavaliere finì intrappolato di notte in un cimitero stregato. Il cancello, animato da qualche arcano incantesimo, non voleva proprio saperne aprirsi. – – Devi dire la parola magica. Questo era il suo ritornello.
– Abracadabra. Apriti Sesamo. Shazam. Diversi furono i tentativi provati dal cavaliere ma a nulla servirono. Sfinito e nervoso il cavaliere chiese al cancello:
-Non c’è un guardiano in questo cimitero?
– C’è o, per essere più precisi, quel che ne resta deve trovarsi nella cripta.
Il cavaliere si avviò verso la cripta, aprì la porta e scese gli scalini fino ad arrivare a intravedere nella penombra un corpo decisamente più morto che vivo.
– Sei tu il guardiano?
– Lo ero.
– E cosa fai qui?
– Soffro per amore.
– Cioè?
– Degli spiriti maligni tengono prigioniera l’anima di mia moglie.
–  Se ti aiuterò mi dirai la parola magica? Si offrì lestamente il cavaliere.
– Certo.

Il cavaliere passò il resto della notte a lottare contro spiriti e spiritelli e alla fine, in qualche modo ebbe ostinatamente la meglio sulle forze del male. Liberata l’anima della moglie del guardiano si recò nella cripta.
– L’impresa è compiuta. Disse al guardiano.
– Grazie. Fu la sua risposta.
Il cavaliere lo incalzò: -Ora puoi dirmi la parola magica per aprire il cancello maledetto. – Non so di cosa tu stia parlando. Furono le ultime parole del marito riappacificatosi con l’anima della moglie prima di diventare polvere. Al cavaliere sconsolato non restava che tornare al cancello. Questi  appena lo vide commentò:
– Bravo. Si è parlato molto di te per quello che hai fatto stanotte, bell’impresa.
– Si sa, anche i morti hanno le orecchie, ma ora posso uscire?
– Mi spiace ma c’è solo un modo per uscire e lo conosci, devi dire la parola magica.
– Ma io non lo so, non la conosco.
– Eroe, non ti ha detto niente il guardiano?
– Grazie.
– Non stavo aspettando altro.
Rispose il cancello prima di spalancarsi.

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Cosa vuol dire essere tifoso del Napoli oggi

 

Oggi, alla vigilia di Napoli- Real Madrid mi risulta difficile rispondere a questa domanda. Ci sanno per battuti, per sconfitti. Per piagnoni, per ogni cosa, più nel male che nel bene, per questo motivo recupero un mio vecchio post in attesa di quella che per NOI è la madre di tutte le partite.

Parrà brutto agli altri tifosi, a chi si crede importante e lo è all’interno dei nostri confini nazionali ma in 30 anni la squadra che amo è riuscita a giocare due volte in Champions League ( 1 in Coppa dei campioni) contro il Real Madrid, non avendo alle sue spalle quello che avete voi che, in altre parole, si riassume con il “Fatturato”. Polemiche a parte, a voi buon Porto, a noi obtorto collo il Real. Ben venga, questa è un’occasione, un ‘occasione per crescere. Per la squadra, per la società, per l’allenatore e per i tifosi. Gli spettatori del San Paolo potranno vedere un pallone d’oro finalmente, Cristiano Ronaldo, e una squadra forte. Fortissima, inutile nasconderlo.

Ma torniamo alla domanda di cui prima e tentiamo di dare una risposta a quel “Cosa vuol dire essere tifoso del Napoli?” che vi ha portato fin qui a leggere. Risulta difficile, davvero rispondere a una domanda del genere perché il Napoli ha tifosi ovunque e dovunque, un tifo, quello azzurro che travalica i confini cittadini, regionali, nazionali e continentali, ma non siamo qui ad occuparci della diaspora azzurra come fenomeno sociale, anche se è bene precisare che un tifoso napoletano di New York non è uguale a un tifoso di Afragola, così come il mio amore per il Napoli è diverso da quello di mio padre. I miei primi vagiti calcistici sono legati a Renica e Caffarelli. Io imparavo a sillabare con Bruscolotti mentre lui era all’apice della passione tifando per Totonno Juliano. Giusto per intenderci, l’unica cosa che ci unisce tutti, a noi, è la passione, la passione per quel colore, per quella maglia che ha una storia e una tradizione unica che è riassumibile con una semplice frase:”Che vi siete persi?”

 

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Ve la ricordate? Questa è scritta che, misteriosamente, comparve nel lontano 1987 sui muri del cimitero comunale di Napoli dopo la festa scudetto. Uno scudetto a Napoli si vede ogni morto di Papa e quindi è solo questione di fortuna, di azzeccare la generazione giusta per tifare Napoli. Quanti tifosi dei nostri ci hanno lasciati prima del 1987? Ma Napoli è una città che sa affidarsi alle proprie radici, alla sua cultura e alla sua grande tradizione. Napoli è una città difficile, una capitale spodestata, dove vita e morte danzano avvinghiate un ballo quotidiano, ma è anche la casa di Totò, del principe della risata, il poeta autore de “A Livella” la poesia sulla morte.

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La morte,impegnata per Bergman in una partita a scacchi, vista, a volte, come liberazione ai mali del mondo, proscenio di santità seguente alle sofferenze terrestri, qui, in quell’anno venne presa a schiaffi due volte. La prima con lo sberleffo del cimitero: Che vi siete persi? Testimonianza suprema del noi ceravamo. Noi abbiamo visto. Siamo stati fortunati, vero, ma la fortuna aiuta gli audaci, e per questo motivo osiamo, abbiamo sfidato la morte una volta e lo rifacciamo una seconda.

Come? Semplice con la vita. Andate a guardare l’anagrafe partenopea e il boom demografico e poi, quanti figli sono stati battezzati con il nome di un nuovo santo protettore? Diego Armando. Già, e uno di questi, un classe 90, nato sul finire dell’epoca maradoniana, fa il calciatore, difensore per la precisione, nel Bayern di Monaco: Diego Armando Contento. Il 1987 è l’anno che forse può meglio far capire cosa vuol dire essere tifoso del Napoli, un anno simbolo ma non solo, perché Eros e Thanatos continuano a tessere i fili di questa maglia, amata da  un pubblico capace di provocare un terremoto sonoro appena il pallone entra in rete, insaccato da uno dei suoi beniamini o quando sta per finire l’inno della Champions.

Infatti nella partita di Champions League contro il Manchester City, valida per il girone di qualificazione, i sismografi del dipartimento di Scienze Fisiche dell’Università Federico II di Napoli hanno registrato “qualcosa” pari ad una scossa sismica subito dopo il gol del 2-1 del Napoli contro il Manchester City. La causa? L’esultanza dei tifosi del San Paolo alla rete di Cavani. Un esempio di certo non casuale, perché testimonia il legame tra la squadra e il suo tifo, appassionato quanto unico, che ama definirsi, non a caso, di sangue azzurro.

Cosa vuol dire essere tifoso del Napoli oggi. Molto di più di quel che pensiamo. Vuol dire, semplicemente, amare.

 

 

 

O tym – Osiecka Agnieszka prove di traduzione

O tym

Osiecka Agnieszka

O tym nie będzie wiersza.

Nie będzie łzy, śpiewu, śmiechu,

małego opowiadania.

O tym tylko serce trzaśnie

jak sucha leśna gałązka.

Agnieszka_Osiecka_Polish_writer

A proposito

Osiecka Agnieszka

A proposito non ci saranno versi.

Non ci saranno lacrime, canti, risate,

piccole storie.

A tal proposito il solo cuore si spezza

come un ramo secco nella una foresta.

Cosa è successo a Joseph Heller?

“Gli anni sono troppo corti, i giorni troppo lunghi”

Joseph Heller, nato a New York il 1 maggio del 1923 è uno scrittore americano imprescindibile, accantonato troppo in fretta, anche se largamente pubblicato in vita. Il suo libro più famoso “Comma 22” resta un best seller facilmente reperibile mentre, per una strana legge del contrappasso, gli altri suoi libri sono attualmente pressoché sconosciuti, ingiustamente a mio modesto avviso.

Heller è uno scrittore meticoloso che lascia poco o nulla al caso, tanto che per scrivere il suo secondo romanzo impiega qualcosa come 12 anni, una vita, in pratica. Certo era un altro mondo, un’altra realtà, decisamente più lenta rispetto alla bulimia e alla frenesia editoriale e generale dei nostri tempi. Ma “È  successo qualcosa” lo riconferma come autore amato dal pubblico.

Comma 22 aveva stra venduto; Yossarian, il protagonista del libro, nell’immaginario comune era diventato un eroe anti militarista da “spiletta”; Mike Nichols l’aveva portato sul grande schermo in una trasposizione cinematografica che ha visto la partecipazione niente poco di meno che di Orson Wells…

 

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Cosa è successo?

Arriviamo ora a parlare di Something Happened, un’opera che è da considerare al pari di uno Stoner maturo. Il romanzo è una lente di ingrandimento sulla middle class americana. Il protagonista, Bob Slocum, è un uomo di mezza età, senza particolari abilità o qualità, che ha però compreso di essere stato enormemente fortunato a raggiungere, visti tutti i suoi limiti, quel livello di agiatezza ottenuto lavorando in una ditta di New York. Bob è sposato con una bella donna da cui ha tre figli ma è un infedele cronico.Il libro intero si basa sulle riflessioni, sui monologhi interiori di Slocum. riguardanti il suo mondo, cioè il lavoro, i rapporti sociali, sentimentali, affettivi, sessuali.

Tutto si sviluppa nella mente di Bob che no, non è una bella persona, non è una persona unica o speciale, non è nemmeno interessante più di tanto ma, come il suo autore, è meticoloso e generoso nei dettagli della sua vita. Ci mostra così tutte le sue insicurezze, le sue avventure sessuali, il suo lavoro, le sue nostalgie, tutto ciò che in pratica contribuisce a renderlo il Bob che conosciamo. Nelle prime 100 pagine, l’opera ne conta più di 600, si avverte un certo senso di disagio, il lettore medio potrebbe voler abbandonare questa mente perché no, non si tratta di un posto piacevole in cui ritrovarsi. Ma se si porta avanti la lettura ci si ritrova un ritratto multi strato del protagonista. A partire dal momento in cui Bob visita l’insegnante di ginnastica del figlio. Bob andato al ricevimento si trova intimidito dall’insegnante perché lui stesso, come il figlio, non era portato per gli sport ma ad ogni modo si sente comunque superiore socialmente visto il suo status sociale di manager. Ama suo figlio e sente empaticamente che il figlio sta vivendo le sue stesse esperienze. Qui Heller mescola il bene, il male e perché no, anche  il banale con grande maestria riuscendo a creare un personaggio indifferente mantenendolo umano. Un personaggio impossibile da amare, non un anti eroe classico perché Bob anche nella sua meschinità è mediocre. Un personaggio che provoca repulsione ma che si innesta in noi, prevedibile, prevedibile in maniera simbiotica nei suoi atteggiamenti e nei suoi impulsi primari che, pagina dopo pagina, diventano nostri.

Il mare dei ricordi proustiano di Bob resta legato ad un amante mai avuta, Virginia. Una sua collega di lavoro che è morta suicida, ricalcando la sorte del padre, inalando gas di scarico in una garage. Il mancato possesso carnale di Virginia la renderà immortale nella mente di Bob che, anche in seguito ad anni di distanza, continuerà a chiamare la ditta dove lavorava, spacciando false generalità, per chiedere di lei, compiendo un rito quasi magico, un’invocazione utile a non far perdere le ultime tracce della sua presenza, del riecheggiare del suo spirito nella nostra realtà.

 

Ricordo la sua pelle, levigata e lucida, chiara; quando rideva le fossette le si accentuavano. E rideva e sorrideva sempre. Mi manca quella sua gaiezza. Ora sì che saprei come e cosa fare con lei.
Vorrei che mi si offrisse un’altra possibilità, un’altra occasione. Poi ricordo chi sono; ricordo che anche adesso avrebbe quattro anni più di me, sarebbe bassina, grassa e tarchiata, probabilmente, e forse loquace e noiosa, cioè ben diversa dalla ragazza di cui ho nostalgia. (Quella non esiste più.) Poi ricordo che è morta.”