Desiderio di un cialtrone

Bisogna stare attenti a quello che si desidera perché potrebbe arrivare e questo sarebbe davvero un bel problema. Siamo pronti ad accettare la soddisfazione in questa epoca di eterni insoddisfatti dove la cialtroneria è una dote proprio perché non realizza nulla?

E io lo so casa desidero? Me lo chiedo molte volte e già il fatto di ritrovarmi a porre questa domanda mi fa capire che: No, non so cosa voglio e proprio per questo sono più cialtrone di altri. Me ne sto racchiuso nelle mie idee pronto a scambiarle con un desiderio. Prima o poi dovrò spegnere qualche candelina

Alla ricerca delle idiosincrasie

Leggevo un pezzo di un intellettuale moderno, noto, di certo più famoso di me, ci vuol poco, di cui, magari anche tu, cara signora D. ricordi i suoi primi passi mossi con una casa editrice a pagamento. Ora invece è lì, dall’alto del suo pulpito nero su bianco di un giornale politicamente schierato ad ammonire il lettore sul percorso da seguire nel mondo dei libri.

Eppure in due righe di questo bel pezo viene riproposta la parola “idiosincrasie”, al plurale, ma non penso che sia stata scelta in questa forma perché ripetuta, per l’appunto, due volte. Ohibò, sono anni che scrivo sul web e ne so abbastanza di scrittura seo per comprendere fin da subito che no, una parola come idiosincrasie non può essere una keyword. A chi diavolo verrebbe mai in mente di cercare una parola del genere in un motore di ricerca, sia esso google, bing o yahoo?

 

Allora trattasi di semplice e mera ripetizione in cui casa anche l’intellettuale. Già, succede…per il resto sì, lo so, l’ho usata anche io due volte quella parola, ma basta controllare i tag

 

Lei era un fenomeno, io no

Non esiste, non esiste e mai è esistita, continuo a ripetermi nella mente.
Non è lei.
Lei recitava una parte e, nel mio piccolo ho già affrontato più volte il mestiere dell’attore, ma proprio per questo so che è contaminante e cosi una piccola parte, un brandello d’anima di quello che ho visto, esiste…deve esistere da qualche parte.
Continuo a ripetermelo da giorni.
Bugia.
Ecco, vedi.
Finisco con il mentire anche a me stesso.
Giorni che sono anni.
Gli anni 90.
Dagli anni 90.
Che anni, quelli.
C’è chi ama gli ottanta, i settanta, i sessanta, i 90 fanno un po’ schifo a tutti, ma gli anni 90 sono stati i miei anni. Non posso dire felici. La felicità è una parola che tende troppo sperso ad allontanarsi da me, i novanta furono i miei anni sereni.
A memoria, l’ultimo scudetto del Napoli, i Nirvana, l’Europa senza cortine di ferro, processo iniziato prima ma culminato sicuramente nei 90, la guerra in Iraq , le superiori.
Il tempo del mangiare, fare i compiti e poi davanti alla tv.
Essere sereni con un non nulla.
Ancora prima dei libri, della letteratura, la televisione delle serie americane.
Quelle dei dialoghi.
Non mi sono piaciute le trame contorte, i mascelloni e le tettone a cui restano attaccate  attrici mozzafiato, a me piacevano le parole, o per meglio dire l’uso delle parole.
E c’era questa serie qui, una stagione soltanto che per gli americani sono 22 episodi, per noi nemmeno un mese perché ci danno in pasto tutto assieme come ai maiali si da il pastone.
E c’era lei in questa serie tv.
Avrebbe fatto altre cose ma lei era questa serie tv.
Doveva decidere se giocare a tennis o vivere la sua vita.
La scelta veniva complicata di volta in volta, con il tennis che regalava trofei e gli amici problemi, ma questa è la vita.
Ora lei è lì.
O parte di lei è li.
L’ho ritrovata dopo anni.
Su facebook, come tutto il mondo occidentale, munito di collegamenti idem, modem, smartphone.
Non è lei.
E’ l’attrice che era lei.
Era lei che era l’attrice.
Un gioco delle parti sconnesso.
Una realtà sconnessa, affogata dalle immagini.
Ora è sposata.
E’ madre.
Fa film.
Non si possono paragonare i percorsi.
Tutto, anche recitare, ha un prezzo nella vita.
Guardare recitare equivale a scrivere.
Non esiste, non esiste e mai è esistita, continuo a ripetermi nella mente.
Non è lei.
Lei recitava una parte e, nel mio piccolo ho già affrontato più volte il mestiere dell’attore, ma proprio per questo so che è contaminante e cosi una piccola parte, un brandello d’anima di quello che ho visto, esiste…deve esistere da qualche parte.
Così clicco e le chiedo quell’amicizia che non mi darà mai, perché nessuno può davvero ridarmi qualcosa come quegli anni, che in fondo, se sono qui, oggi, a scriverne, non ho davvero mai perso e continuano, con molta meno serenità, a far parte di me.

 

To Jest

Immaginate un fotografo di successo che si innamora di una ragazza cieca, già questo dovrebbe farvi ridere. Aggiungete il fatto che questo fotografo scalcinato, tanto scalcinato da avere solo jeans e sneaker nel suo armadio, è riuscito a raggiungere il successo grazie alla sua fotografia più stupida, e  ancora, per finire considerate invece che la ragazza cieca è riuscita a fotografare l’indescrivibile, o un’infinita parte della sua essenza.

Ecco, questa è la mia storia. Che poi, se non l’avete capito, quel fotografo sono io e quella che sto per raccontarvi è la storia della foto di Bruguel, o meglio, la mia versione.

Sad Shell Funeral

Stolen ripped friend
alone in the end
Venus, Botticelli
poems and gasoline
Welcome to a sad shell funeral
near the sea  locked to the water
there no mother
never mention credit’s father
with no measure born
as a sad shell
music from undersea drummer
lost Atlantis’ citizen prayer
sad shell funeral
in a forgiven language
motor’s engine supernatural

 

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