sketches

 

On the trip i’ve written this, don’t think bad,hope u like it.the title,of Course,it’s Dorota Old songs, new voices White pages to fill Between beginning And Always good Sentences are running trough Lemon,water and wodka Creating a new mood

Gydnia have a Sea Where u are the northern star

On a Platform to another one Jumping,dancing,smiling,trembling Muslim,Italia White pages still to fill

ns to fill Between beginning And Always good Sentences are running trough Lemon,water and wodka Creating a new mood

Gydnia have a Sea Where u are the northern star

On a Platform to another one Jumping,dancing,smiling,trembling Muslim,Italia White pages still to fill

Non ce l’ho con la primavera perché è tornata e riesco perfino a immaginare che degli altri, non quello che eravamo noi, ma nemmeno loro, giustappunto degli altri, siedano in questo momento su quel tronco rovesciato di betulla dove incise si ignorano ormai le iniziali, la P e la V, di una storia finita.

To Jest: lavori in corso

Attualmente sto lavorando su un libro che dovrebbe intitolarsi “To Jest”, ma eccovi un piccolo assaggio:

 

Ci si innamora sempre di odori, sapori e sensazioni. Gabbie sensoriali costruite per intrappolare attimi. Collezioniamo ricordi chi più chi meno, o almeno ci proviamo. Non possiamo impedire alla vita di andare avanti, possiamo però sbrindellarne il tessuto e tenerci nelle nostre tasche vuote i secondi più preziosi.

 

L’estate polacca diffonde sempre un qualcosa di tragico durante le sue ultime uscite di scena della stagione, come quell’attore in un dramma di Beckett o di Kantor che avevo visto all’una di notte in una replica sulla televisione nazionale.

Chissà che altri parti avrà recitato, quali altri grandi ruoli avrà ottenuto.
La malinconia è il soggetto preferito di troppe mie inquadrature, non so, sarà per via della polverosa danza del vento che sbatte e percuote il tappeto del crepuscolo, illuminato dai raggi solari, che profuma di sale, di mare, di lacrime, di nero, di bianco e della decadenza ampliata del colore.

 

L’estate, qui risulta un unico lungo addio destinato a ripetersi nelle vite d’ abitudine, congelate dal mesto vivere di sempre, laico e profano, ininterrotto nel suo libero scorrere.

 

Le ultime gocce distillate della stagione vengono raccolte nel fazzoletto che asciuga la fronte di quell’uomo incurante di tutto quel che gli succede attorno ma che si preoccupa solo di passarmi alle spalle, frettoloso com’è, nell’attesa di un altro rassicurante inverno.

Le luci accese irrompono sempre più tardi sulla scena e il mondo sembra scorrere ignorante e giocondo dentro le riproduzioni artefatte di se stesso.

Passaggio malinconico (titolo provvisorio)

Quella che voi potete vedere riflessa allo specchio sono io.
Quella che invece non può mai vedersi allo specchio sono sempre io.
Le mie dita in questo preciso momento stanno solcando le pianure delle mie guance, polpastrelli che tracciano rotte di malinconia su di un viso non sempre gioioso.
Mi sto toccando la faccia.
Non cerco le rughe.
Non ho rughe, lo so, questo è un gioco che faccio da sempre, fin da quando ero bambina.
Per sentire i cambiamenti e avvertire sulle dita la mia sgranata presenza in questa realtà.
Mi tocco quindi ci sono.
A volte quando non ti puoi vedere, pensi davvero di non esserci e finisci con il cominciare a pensare di essere un fantasma.
Così continuo a far scorrere le dita per tenere a freno i pensieri e non scomparire.
A menadito posso fermarmi a recitare la geografia del mio viso.
Gradevole e piacente a detta di molti.
Dovrei essere una bella ragazza ma io non posso confermarvelo.
Non lo so e non l’ho mai saputo.
La cecità è stata l’unica assidua compagna di tutta la mia vita.
Ho perfino smesso di fumare e di toccarmi ma, ironicamente, non sono mai riuscita a vedere.
Succede e doveva succedere proprio a me il fallimento della vista.
Però, c’è sempre un però in ogni buona storia, stranamente, conservo sempre il ricordo di unì immagine.
Una sola.
Un’immagine chiara che all’improvviso si offusca, per poi svanire, spegnendosi con un sordo click nell’eco della mia testa.
Da quanto sono riuscita a raccogliere in seguito, dopo anni di studi non convenzionali, quel luogo doveva essere la sala parto, esattamente ventisei anni fa. Giorno più, mese meno.
Fu così che, appena nata, l’ostetrica perse la presa e mi fece cadere a terra.
La forza di gravità, l’egoismo di madre terra, la generosità del destino, l’insieme del tutto mi fece sbattere la testa.
E alla fine atterrai anche io, già dal sogno della vita, in un mondo che non era più mio anche se era stato mio solo per un attimo.
Ero sopravvissuta.
Sopravvissi ma, come si scopre sempre troppo tardi, ogni nuova vita comporta sempre qualche sacrificio e il mio era la vista. Non potevo più vedere, se mai avevo realmente visto,.
Esistevo, con un vuoto dentro…sapevo che un momento di esitazione altrui mi era costato un angolo di visuale del paradiso.
O almeno questo è quanto racconta la letteratura medica sul mio strano caso.
La mia è una storia strana, tutta vista dal di dentro senza quello sbocco naturale degli occhi che voi conoscete. Non saprei davvero come dirvi altrimenti, ma tredici anni dopo successe qualcosa. Sì, accadde qualcosa di strano.

capitolo 3 (una folla)

capitolo 3 (una folla)


Aveva percepito lontanamente in sé il respiro dell’eternità, per un attimo aveva saputo che lui sarebbe stato eterno e che di lui sarebbero rimaste tracce  nella polvere dei secoli,come una rotta di carovane nel deserto apatico dell’uomo.
L’eternità, per un attimo soltanto, lo aveva abbracciato.
Quell’eternità che la sue mente rappresentava come due giovani liceali abbracciati sotto l’umidità delle stelle, chiusi nei loro larghi maglioni in riva ad un lago dopo aver speso il loro incipt di eternità a pomiciare in un drive.
O era l’eternità tesa come una molla arrugginita che appare intrinseca nei romanzi di Strindberg e di tutti quegli autori che non si leggono più per fare posto ad altro.
Non è il romanzo che vende ma il nome in questo mondo prostituitosi a colpi di marketing.
Ma lo sapete cos’è il marketing?
È un mondo, quello del marketing, dove pensano che siamo tutti fessi. È  quel mondo che divide uno da due e li considera tutti uguali. Un mondo privo di eternità ma costruito sull’immediatezza dovuta al senso tattile delle cose.
Insomma tante belle parole per vendere una cosa del secolo scorso come una macchina e restare impalati ad un modello fordista di società.
E sì che Ford[1] non pensava all’eternità.
Lontano da questi pensieri Hildebrando, per un attimo, l’aveva sentito davvero, lui non Nikolaj Rossi, lui e non Moonlight Boone, lui, sì anche attraverso loro perché tutti erano lui, erano tutti pezzi di quel mosaico complesso che costituiva la toltiti di un ragazzo dei tardi vent’anni senza sicurezza alcuna sul suo futuro ma provvisto della consapevolezza di eternità. 
Un tragico sapere il suo.
Inutile e a volte scoraggiante.
Così una notte, questa notte passò. 
Hildebrando la passò come un malato terminale pieno di speranza. Passando la notte sarebbe arrivato il domani, il sole, la luce e qualcosa di nuovo, è così che funziona da sempre.
Ma non stavolta, la notte passò lanciando un monito: sarebbe tornata tra poche ore…tra qualche ora solamente e tutto sarebbe rimasto come prima.
Hildebrando privo di riposo, assonnato e inquieto, accolse così il nuovo sole della sua vecchia vita. 
Sorrise in modo beffardo e privo della tromba del giudizio, sprovvisto di shofar, fischiò.
C’è chi dice che lo sentirono in tutto il Monferrato quel fischio,  c’è inoltre chi dice che un treno fu puntuale sul binario tre in quello stesso momento a Mosca, c’è chi cerca ancora i fumetti di Moonlight Boone e della sua tromba magica tra i ricordi leggeri dell’infanzia e quelli pesanti dell’adolescenza, c’è chi legge un tema delle superiori dandogli sei e mezzo perché come giudizio dice: “senza eccellere lontano dai clamori classici ma solido e consolidato nelle sue idee ben scritte”, c’è chi sente i versi d’amore di Barracuda, ansimi e sospiri mentre la straripanza del suo fiume si riversa e si fanno veloci i suoi versi, profonde vittime del desiderio femminile trasformati in liquidi e avvolti nella penetrante sicurezza di una notte consumata dentro ad una fiamma nuova non più ex .
Questa notte soddisfa le voglie carnali cancellando ogni traccia di amore romantico.
E c’è altro, ci sono altri ancora in un mondo che di notte non appartiene davvero e nessuno e scivola nelle ombre dell’anarchia del libero pensiero; così una cameriera delle terre di Abruzzo ha visto una storia incredibile dentro una tazza di cappuccino bevuta a metà, profonda e salata come il Mar dei Sargassi proprio in una notte come questa.
Dopo una notte così arriva un mattino semplice. 
Di notte la provincia si assopisce nei suoi personaggi leggendari, abbracciandoseli e portandoseli con sé in quelle mille storie di provincia che sfuggono ai libri, così veloci.
Storie piccole, così care alle orecchie di chi ascolta da non poter essere immortalate nei libri delle metropoli ma abili a trovare posto in quelle pagine bianche che saranno rivalutate non nei secoli ma negli anni. 
In quella notte nella provincia hildebrandiana, lontana dalle isole del giorno prima[2], vicina solamente alle isole pedonali dove Stagione Fallimentare[3] aveva predicato le sue tattiche e i suoi credo calcistici per una notte intera ad una folla assente.
E se la squadra italiana con il nome inglese e i giocatori globetrotter era stata eliminata dalla Champions League (la coppa dei Campioni? Scordatela, ricorda Hildebrando), beh era perché non avevano seguito i rigidi dogmi difensivi di Stagione Fallimentare e che le metropoli continuassero a perdere tempo nel cercare allenatori esotici che nelle notti di provincia si arrivava al mattino con il WM[4] o il contropiede effetto domino di Stagione per l’esteso Fallimentare.

Mattino semplice e Hildebrando san[5] si era appena fermato a pensare sul Giappone. 
Bisogna fermarsi quando si pensa perché in questo modo statico si riesce a pensare meglio.
Pensò camminando come si fa in Giappone o almeno così come pensava lui. 
Le cose, tutti avevano bisogno di farsele spiegare, anche i critici, bisognava creare delle badanti per critici perché loro non potessero mai più accontentarsi di usare le solite frasi:
- non ha preso da suo padre
- l’alunno è intelligente ma non si applica
- non è colpa sua se non ci arriva
- tutte le sue canzoni sono uguali
- scrive più di quel che legge
- ha perso il duello rustico con l’assicuratore senza dominare la scena…
Hildebrando sapeva che il mestiere di critico era duro, sì, in fondo davvero durissimo e pensava che forse il suo Moonlight Boone in Italia non lo avrebbero apprezzato ma se fosse arrivato dall’oceano, da quelle  terre lontane che sembrano non dormire mai, assuefatte magicamente dalle magie artificiali del neon, allora…beh…si allora sì che l’avrebbero apprezzato i critici tutti, loro che avrebbero steso tappeti rossi per un romanzo a stelle strisce riservavano ai connazionali le solite frasi di critica…uguali, sempre.
Il mondo dell’uomo è troppo distruttivo.
La natura distrugge per creare.
L ’uomo si ferma a metà e invece di creare, critica…
Ma la critica è distruttiva.
Chi critica non costruisce e così era il mondo avverso alle costruzioni ma propenso a criticare e a non riconoscere il genio contemporaneo. 
I posteri poi avrebbero rimediato attribuendo genio a quel qualcosa che per la critica ora era solo un insieme di idee non originali e dissociate.
Ma da oltre l’oceano in quellea mattine di desolazione a “Radio Onda Bolda”, la radio meno ascoltata con attenzione del mondo, arrivavano gli auguri di Pawel l’argentino[6] a Piero il basettone[7], scanditi dall’intercalare tipico e regionale privo di dizioni di un DJ Fonzie[8] appena svegliatosi e ligio a campare al dovere con 600 euro al mese e un monolocale in affitto con il bagno in giardino e il giardino prigioniero della nebbia.
Questa è l’ironia del tempo che passa.
Invece Hildebrando, colui che arriva dalle province da cui scappano tutti, da quella sua provincia che dorme, si dispera, che è inquieta... che conserva misteri che non interessano a nessuno… quella provincia che attira attenzione con azioni deplorevoli e disperati per restarsene immersa nelle nebbia del tempo e dormire sepolta dalla nevi...e le olimpiadi invernali passate di nascosto…Erika e Omar che la buttarono in faccia al mondo, la contessa Vacca Augusta e un sacco di scheletri nell'armadio, anche quello di una madre forse troppo amata, sono sepolti in quella o in questa  provincia o come in tutte le province uguali del mondo imperialeggiante che di queste cose non vuole affatto saperne.


[1]              Come quel pubblicitario che faceva tanto l’innovativo ad un seminario su comunicazione e marketing parlando poi di eco marketing, solo per poi alla fine vendere un prodotto fordista e del secolo scorso:l’automobile. mah

[2]              Titolo di un libro d Umberto Eco

[3]              Vedi Eco a Perdere

[4]              Semplice modulo calcistico che vede i calciatori formare, con la loro disposizione in campo, le due lettere

[5]              La santità è una consuetudine di abitudini- Sartre

[6]              Vedi Eco a Perdere

[7]              Vedi nota 9

[8]              ibidem