Balla Juary, capitolo 1, edizioni Il Foglio, 2009

Siamo tutti avvolti da questo insano grado inclassificabile di desiderio indecifrabile. Desideriamo in ogni modo le stesse sparute cose e ci avvolgiamo in un unico grande mantello di scuse ipocrite dai tratti poco originali.

Antiche parole hanno cambiato frequenza per venire nuovamente rimpiazzate da suoni ad alto impatto scenico.

Così in questo modo pieno di effetti speciali tipo “in una galassia lontana lontana” mi parla l’esaminatore dicendo cose note ma esprimendosi in mondo elitario per sentirsi parte di una casta di occupati privilegiati e per prendere subito le di-stanze da me e dalla mia posizione svantaggiata di peso della società e lo fa semplicemente, relegandomi coi suoi suoni e col suo lessico nelle classi degli odierni pariah non indù.

Immagino di sentirmi proprio come una dolce piccola e bianca pecorella, come quelle dei fumetti, rivestita di lana vergine al momento delicato della tosatura. Stavolta vogliono il mio vello, la mia pelle, per ricavarci un maglione aziendale. Vogliono tosarmi tra un brand e un merchandiser, usando dei ruvidi forbicioni arrugginiti per tosare la mia identità.

Rischio elevato di infezione mentale…when I was younger so much younger than today…please please help me.

Poi ad un tratto il selezionatore dai paroloni forti si ferma perché c’è un nuovo ingresso in scena: entra la segretaria che precedentemente mi aveva fatto scomodamente accomodare nell’ufficio su questa sedia in simil- legno frutto simil-geniale di un designer brillantissimo laureatosi a pieni voti all’università dell’alcolismo serale e feriale. Segretaria, scoprirò poi, da 950 euro al mese. Ragazza da scalata sociale, carina in quella mise.

 

Comunque sia, in questa fase della poco avvincente vicenda, la ragazza parlando ha un suo modo garbato di restare nel ruo-lo, recitando senza aver mai fatto teatro, ve lo dico io che di teatro ne ho fatto anche troppo.

 

Qualcuno ancora ricorda la mia interpretazione, apparsa al-l’una di notte sulla rete nazionale, quando recitavo in un’opera di Beckett e sempre quel qualcuno mi ferma per strada chieden-domi se quel tipo, quel Godot, sia poi arrivato o se mi ha la-sciato solo per tutto il tempo; si vede che si sono addormentati prima.

Kantor no, della mia interpretazione di Kantor nessuno ri-corda nulla, a questo mondo in fondo è come se io non avessi mai fatto Kantor.

“La signora che vi ha accompagnato dice che è tardi e che dovete andare”.

Avessi indossato la cravatta ora come minimo starei cercando di manipolarne il nodo per renderlo scorsoio e invece non portando mai tale accessorio costringo le mie mani a una forza-ta immobilità di veloce imbarazzo. Il mio sguardo da pecora indifesa e mal tosata è rivolto mansuetamente al gran tosatore che appare piuttosto sorpreso:

“Chi è la signora, sua madre?”

Per la prima volta in questo incontro quello va a formulare un periodo con vocaboli calmi, sicuri e di facile comprensione. Suvvia anche un bambino conosce e sa pronunciare la parola mamma ma tornare a parlare un linguaggio comprensibile non serve a rallegrarmi, anzi mi conferma che quello, quel cacciatore di teste, ce l’ha messa proprio su con me. Cerco di arrivare ad una plausibile risposta tra verità e bugie da applausi, tra le mie verità assolute e le sue bugie di sempre, tra le sue bugie consumate e le mie verità illibate; ma le mie mani sono ancora ferme, sembrano ferme e invece sono rapidissime, invisibili, come nei fumetti che colleziono, quelli di Flash, l’uomo più veloce sulla faccia della terra, mentre allacciano i nodi non scorsoi di una storia incredibile a scorrere.

“No, non è mia madre ed effettivamente è tardi, penso che il nostro colloquio sia stato esauriente, devo andare… sicuramente so già che vi farete vivi voi come da prevedibile cliché”.

Touchè, chapeau, francesismi vari per sottolineare la mia signorile uscita da questa scena.

“Ma…ma…mah” cambiano i suoi suoni senza riuscire mai ad assumere alcun significato e stavolta l’imbarazzo è tutto del-l’esaminatore che, spiazzato da questa mia finta alla Juary, resta lì fermo e immobile a giochicchiare con la sua tremolante cravatta mentre io uscendo comincio una danza proprio vicino alla bandierina del calcio d’angolo, verso una via di fuga.

Il nervosismo è l’unico protagonista della scena.

Festeggio in questo modo la fuga improvvisata con immagini, precipitate in questo presente, prese direttamente della mia infanzia, quando mio nonno mi portava allo stadio a vedere le grandi imprese di una piccola squadra dai giocatori improbabili nella mie età del probabilismo assoluto, tra una venuta di Babbo Natale e la Coppa Uefa all’Avellino.

Fuori dall’ufficio, nell’anticamera, sul divanetto, siede composta in un atteggiamento innaturale, la signora madre che mi ha accompagnato.

“Hai finito? Ti hanno assunto?”

“Andiamo che è tardi” sollevandole il braccio per aiutarla ad alzarsi e sollecitandone l’uscita.

“Buongiorno, buongiorno” saluto veloce e quasi trascino la mia accompagnatrice fino all’ascensore mentre la segretaria ci guarda con un’aria mista tra il divertito e lo sgomento. Le porte si chiudono e la mia tensione scende assieme ai piani che scorrono giù. Sono tutto sudato, esausto, stremato e non ho nemmeno la forza di aggiungere qualcosa alla congiunzione.

“Com’è andata?” continua a chiedermi in quello spazio forzato che è l’ascensore.

“Non lo so mamma, non lo so. Davvero non posso saperlo”.

“Ai miei tempi era tutto più facile” rintuzza lei.

La signora in effetti, ora posso confessare, è mia madre. Già, mi sono fatto accompagnare al colloquio dalla mamma! Arrivo a concludere nel mio complicato pensiero attuale che questa ditta, una volta scoperto ciò, mi avrà depennato perfino dalla sua opprimente ed invadente spam aziendale. Poco male, almeno c’è qualcosa di positivo in questa faccenda, la mia mail potrà gioirne. Ma lo sviluppo troppo semplice delle cose percepite in questo modo nasconde le troppe verità in gioco su questo mio campo di periferia sociale.

“A che ora è il treno?” mi riporta mia madre alla realtà, solo come una madre sa fare senza tenerti per mano.

“14 e 30” sorrido, in fondo la mamma è sempre la mamma.

“Bravo, hai studiato! Mi ricordo di quando ti aiutavo a fare i compiti…a studiare le poesie a memoria”.

“Che ore sono?” Chiedo interrompendo il melenso viaggio dei ricordi materni e senza aspettare mi rispondo da me, sono le 13 circa da quel poco sole che posso vedere mentre a fatica si affaccia tra questi palazzoni.

Soprapensiero mi pronuncio ad alta voce “E quanto ci mettiamo ad arrivare in stazione?”.

Questo entrambi non lo possiamo sapere. Milano, la città bevuta, a noi appare completamente sconosciuta.

Quel poco che ne so io arriva da poche pagine di uno Scerbanenco mai letto per intero e quel che ne sa mia madre arriva invece senza scremature da un film di Totò e Peppino. Qui sia-mo solo di passaggio. Una tappa forzata del nostro giro d’Italia. La prima in effetti.

Avevo organizzato il viaggio inserendo il mio colloquio, con tutte le raccomandazioni del caso che a nulla sono valse.

Stai lì, buona. Non fare domande.

Non far capire che sei mia madre. Appena ho finito andiamo via…

E invece, andiamo in stazione a prendere il treno con un’ora di anticipo e con un altro colloquio fallito, quando i soldi di questo lavoro mi avrebbero fatto davvero comodo.

Mangiamo qualcosa, due di quei panini tipici delle stazioni ferroviari che sembrano sempre troppo colorati e battezzati impropriamente con nomi altisonanti di celebri viaggiatori; i biglietti erano già stati fatti premurosamente da tempo e ora giacciono in tasca mentre ci accomodiamo nel nostro desolato, assolato e prenotato scompartimento.

I raggi di sole illuminano e calano sulla polvere che lenta-mente scende a zig zag come quando un riflettore illumina la scene sui più grandi teatri del mondo che io non ho mai calcato. Un infortunio al ginocchio mi ha impedito di farlo, come pure di giocare in serie A ma questa è la solita scusa da perdente che in Italia usano tutti ma proprio tutti.

Mi squilla il cellulare, sul display la folgore: il numero è quello della ditta dove si è svolto il colloquio con tanto di mamma qualche ora fa… dentro me non può nascermi spontanea che una domanda:

– Che sarà successo?

Pensieri da perseguitato sociale:

“Può essere bastata la mia figura di merda per invogliarli a deridermi e a infierire ulteriormente per telefono? Quello stronzo cacciatore di teste…lui e tutti i suoi paroloni inutili…”

Lo lascio squillare a lungo perché risolvere i misteri non è mai stato il mio forte. Può sembrare una cosa in apparenza senza senso ma d’altronde è come quella volta che rimasi per ore davanti alla neve ma questa è una storia felice della mia infanzia lontana mentre ora sono invece in una sconclusionata età adulta e decido di rispondere al telefono. Dall’altra parte di questa improvvisata conversazione telefo-nica riconosco la voce, anche se più dolce, addolcita forse dal sapere di avere a che fare con un essere inferiore del mio infimo rango. È la segretaria da novecentocinquanta euro mensili (non so se lordi o netti).

Non ha più il tono professionale della prima volta, quella della convocazione al colloquio, ora ha qualcosa di diverso, suona finalmente come una voce molto più che umana nella sua pietà.

“Mi scusi se la disturbo ma è scappato via così in fretta…” dal tono capisco che vuole farmi comprendere che non è una telefonata ufficiale ma privata e così continua “non la chiamo per i venti euro, la signora me li potrà dare con calma quando vuole…”

– Venti euro? Quali venti euro? Un dubbio iroso mi assale.

Mia madre è riuscita a farsi dare venti euro da una sconosciuta in un posto dove io non sono riuscito nemmeno a farmi dare un posto di lavoro! Questi sono problemi…i problemi della mia storia, motivi per i quali siamo in viaggio…

“È ancora in linea, mi sente? Dicevo che è scappato via dimenticando la sua ventiquattrore”.

Non so per quanto tempo il mio cervello abbia viaggiato in salamoia ma solo lì a questo punto decide di riprendere parte alla conversazione… “la valigetta, oh cazzo!”, già rompo il silenzio e l’educazione allo stesso tempo e con queste parole.

Ogni possibilità per quel fottuto lavoro è fumata via verso l’esterno giorno di un’altra storia.

“Gliela posso spedire” e sento che si sforza di smorzare a stento una risata.

“Sì, guardi, ora mi farebbe un piacere, sto partendo per Avellino e me la può spedire lì visto che mi soffermo per un poco”.

“Davvero? Ma va? Guardi che coincidenza, anche io vado ad Avellino, è la mia città. Sfruttando il ponte torno dai miei genitori. Se vuole ci possiamo vedere lì per un caffè…se vuole…gliela posso sempre portare io la ventiquattrore così ci risparmiamo i soldi e il disturbo della spedizione”.

“Sì, sì…davvero con molto piacere”.

“Detto tra noi, davvero molto carino il balletto alla Juary”.

Ha riconosciuto l’idolo dell’infanzia di pochi e la immagino mentre sorridiamo insieme al telefono ma la mia immaginazione viene continuamente martellata fino a spegnersi, spero non per sempre.

 

“Le lascio allora il mio numero di cellulare così ci risentiamo con calma 347zzzzzzzzzzz”.

Caduta la linea, la batteria si è scaricata e il mio carica-batterie è andato, rimasto nella valigetta ventiquattrore. Rientro nello scompartimento, fuori dal finestrino il cielo è gonfio di pioggia.

La pioggia è sempre una promessa.

“Ma, guarda che vado a comprare qualcosa da leggere, dammi i soldi…”

“Quali soldi? Sai che non ne ho…”

“I venti euro che ti sei fatta dare dalla segretaria!”

“Ah, quella stronza di Lucia…”

– Ma come? Conosce anche il nome!

Mia madre parla sempre con tutti, la gente di fida di lei, al punto di arrivare a darle dei soldi mentre con me non parla mai nessuno; manco il nome di Lucia ero arrivato a sapere.

– Vabbè lascia stare, uso i miei, te li lascio quei venti euro che potrebbero sempre servirti- Vado all’edicola della stazione, compro un libro ed un giornale e la mia fantasia torna a galoppare….

Nonostante tutto si trovava ancora un bell’ uomo riflettendo la sua immagine nello specchio come ogni mattina da quindici a questa parte. Allontanati gli anni delle scuole, Ferdinando, aveva scoperto il piacere di trovare uno specchio al mattino e nonostante tutti gli anni già passati si trovava ancora un bell’ uomo. Provava ancora soddisfazione a rinverdire la sua parte de “il mito di Narciso” in quel ambiente poco consono, profano, ma rituale come il suo bagno. Ferdinando provava ogni volta a decodificare i miti, i riti, le abitudini e le consuetudini che ormai affollavano il suo piano dell’esistenza senza essere capite dall’occhio umano della donna qualunque. L’uomo qualunque è sempre stato rapito da altri sguardi e non navigava più da secoli, se mai nel suo dna avesse ereditato materiale marinaro, ma si sentiva ancora fiero erede e depositario del mito di Ulisse. Odissee su odissee. A che pro farsi la barba se lui ricordava benissimo che nello sceneggiato televisivo della televisione nazionale, Ulisse stesso, l’eroe moderno più antico che si possa trovare nella cultura pop, se Odisseo stesso, Ulisse per i più e Nessuno per i meno, aveva un corollario di barba al suo viso? Ferdinando non si rase quel suo bel viso seguendo le indicazioni mitologiche di una televisione distratta o di un regista che era meglio documentato di lui e dopo un azione non fatta, scese nel bar sotto casa. Ormai privo di Telemaco e di una Penelope, a cui dar da provvedere una reggia in sua assenza, aveva però conosciuto molti Proci ma Ferdinando non era solito fermarsi a domandare dei gusti sessuali delle perso-ne, nonostante fosse ancora un bell’uomo. Ogni casa ha sotto un bar, strana combinazione. Domus e tempio, Ferdinando si rammaricava ogni giorno per non aver studiato greco e latino. Inglobato dalle sue scelte precedenti che lo avevano portato a studiare circuiti elettrici e linguaggi macchina che si estingue-vano nella società informatica più velocemente del Manx (lingua morta), aveva dedicato la sua gioventù a perdere tempo.

Culture lontane nel tempo e nello spazio lo avevano per troppo tempo esiliato nel mondo moderno. In maturità aveva scoperto uno scrittore perseguitato dalla scarsità di memoria di critica e pubblico e ne aveva ingoiata ogni singola parola, letteralmente.

Per sentirlo suo, per avere il potere di quelle parole mangiò tutte le pagine di quel libro capolavoro condito con olio e sale. Cannibalismo culturale. Cultura sì ma stupido no. Come alcune tribù africane, che lui aveva visto solo in Porky’s, e più precisamente quando Pipino Morris usa a scopo educativo il National Geographic, aveva praticato il suo rituale cannibalesco con la prosa magica di un maestro della letteratura. Aveva da sempre voluto scrivere Ferdinando per scappare dalla normalità attiva della vita, aveva capito fin troppo presto che solo l’uso magico della parola avrebbe potuto spostarlo al livello gerarchico della comprensione. C’è chi è nato per l’azione e chi per la comprensione, questo lo comprendeva benissimo. Non era però sicuro quale fosse il suo posto o aveva compreso così bene tutto che non doveva più fare nulla o aveva fatto tutto che non c’era nulla più ormai da comprendere. Bibbia? Letta, ma chissà in quale traduzione si domandava. Vangeli? Letti, ma chissà in quale traduzione si poneva domanda.

La Divina Commedia? Letta, ma chissà in quale edizione si inquietava. I promessi sposi? Letti, ma Manzoni non lo aveva mai annoverato tra i suoi lettori e questo lasciava un retrogusto amaro sulle pagine di quel libro

Certo li aveva letti e mangiati tutti per impossessarsi del verbo. In principio fu il verbo, dopo l’azione e venne dunque la digestione. Gadda, Pirandello e Sciascia avevano quel gusto classico, un po’ di salse francesi con Dumas, Balzac e Sartre. Fish and chips incartati da Shakespeare, zuppe e sapori Yiddish per Singer e così via di menù in un menù per ogni giorno che alimentava la sua conoscenza. Trovava indigesto Eco e lo aveva eliminato dalla sua dieta.

Ogni scrittore era figlio dei sapori della sua terra e Ferdinando per impadronirsene univa gli aromi alle prose.

Poteva nella suo appetito discernere libri su libri. Li leggeva, li assoggettava e poi a seconda o meno che gli piacessero, in quanto il suo era un palato fino, decideva se deglutirli con-diti o meno. Da buongustaio qual’era si prodigava anche in qualche manicaretto, odi, sonetti che servivano a stuzzicargli l’appetito, subito da lui composti e privati al resto della riluttante umanità. Il capolavoro assoluto aveva deciso che sarebbe sceso nel suo stomaco da solo privo di qualsiasi condimento ma non lo aveva ancora trovato.

Poi la mia mente se ne va, scemando in dissolvenza, lasciando spazio alla realtà dove la stazione di Milano si staglia imponente ma davvero impotente in tutta quella sua rigidità di cemento e di grigi che sfumano nel verde della malinconia di una grandezza che mai vi è stata, e che mal si sposa coi contrari delle troppe partenze presenti che rendono ciclica l’assenza della felicità in questo luogo.

Risalendo sul treno mi perdo nell’osservare la scena del tipo impacciato che si accinge a pagare un caffè alla biondina distratta seduta dietro la cassa del bar.

E comincio a immaginare, uno dei miei problemi è proprio questa fervida immaginazione, sono suo prigioniero…quando rispondo a perché troppo aperti, per una sola riposta certa, comincio ad allacciare storie.

Chissà se è la prima volta che prende il caffè lì… no troppo semplice, non è mai così semplice la realtà e quindi non può essere la prima volta: lui è un suo ammiratore e tutti i giorni si ferma a prendere il caffè in una maniera anonima quanto romantica e lei non lo considera proprio tanto che nemmeno se lo ricorda come avventore abituale e così lui potrà solamente impazzire per una follia chiamata amore e si presenterà al suo cospetto in stazione centrale, a smorzare l’onnipresente malinconia ferroviaria grigioverde, armato solo di un mazzo di fiori e della sua folle nudità, regalando un finale surreale a questa storiella da caffè a 1 euro.

Due minuti dopo l’immaginazione è diluita, solubile nella mistura composta dal troppo rumore e dalla troppa lentezza di questo treno che comincia così lentamente e rumorosamente a sferragliare verso il sud.

“Mentre Milano traspira il Sud suda. Juary balla ancora una volta” mi dico tra me e me.

 

 

Lamento di un malinconico Oplite Genovese

Le finestre mi sono sempre piaciute. Le finestre genovesi in particolar modo. Ho sempre guardato fuori dalla finestra quando mi trovo a Genova. Genova è per me la città dietro alla finestra.L’ho sempre scoperta così, arrivando dal treno, dietro ai finestrini, il grigio contro l’azzurro e il marrone a riscaldare.E’ tutto verde fino a Masone, Genova no, lei cambia colore. Oggi avevo una finestra nuova, vicino a porta dei Vacca. Sullo sfondo dormiva il porto antico citato a memoria e una via che viveva là sotto.

Oggi sono tornato a Genova. Dopo mesi. Dopo mesi che mi sembrano anni. Quest’estate da un cellulare di Londra mi arrivò un sms da una ragazza polacca a cui avevo insegnato italiano: Mi Manca Genova, c’era scritto. Proprio così con quelle maiuscole, io non ho cambiato nulla. E’ anche vero che io non cambio mai nulla. A qualcuno che è nato in Polonia, che vive a Londra , mancava Genova….com’era possibile?

Questo mi chiedevo fino a ieri…Oggi l’ho capito, il senso della magia…Quella Genova che io ho vissuto con quella gente che non tornerà più. Potrei citarli tutti ma così dimenticherei i loro visi nel ricordarne il nome. A Genova, poi …quando ero triste, quando ero allegro, quando il Napoli perdeva, quando la Samp in B,quando si facevano le colazioni,quando toccava andare a lezione, quando pioveva, quando a via Balbi c’era l’auletta occupata, quando ero innamorato, quando c’era la Salernitana di Zeman e alla macchinetta del the al limone potevi trovare Carlo Giuliani, quando abbiamo pianto Faber,quando ci hanno fatto piangere al G8, quando si era a qualsiasi ora alla stazione Principe, quando dietro alle vetrine dei bar di via Balbi, quando c’erano esami da dare e si studiava per non andare militare. Io feci l’obiettore, fu quello davvero a tenermi lontano da Genova.

 

Praticamente l’unica scelta che avevo fatto fino ad allora in vita mia. Oggi, e solo oggi, vi sono tornato. Acqui, Visone, Prasco, Molare, Ovada, Rossiglione, Campo Ligure, Masone, Acquasanta, Granara, Costa di Sestri, Borzoli, Sampierdarena…sono una linea del mio cuore. Oggi sono stato alla finestra a Genova e poi, finalmente l’ho riaperta e Genova, belin, è entrata.

L’imperfezione fatta uomo

Passeggiando, ad ogni passo in questo suo purgatorio artistico, aprì lo sguardo a quel che seguì nel cielo dopo la pioggia. La riunione del sole calante  con le nuvole mobili rappresentanti la pioggia.

Una chiazza disomogenea tra sonno e sogno si stagliava nell’unico punto dove tutto ha diritto di esistere ma non diritto di accesso. La verde umidità espressa nell’incrocio dei campi accompagnava il purgatorio destinato a essere rima lenta nel precorso riservato al testo agiografo della sua vita. La vista relegata senza l’obliquo di recinti si espresse in giudizioso communtandosi solennemente in parola

Dio è Pittore.
Sua è la tenacia, la prospettiva, il cono d’ombra e la pennellata maniacale.
Qui Dio ha perso il verbo, quello che fu, si dice, il suo principio.
Ha abbandonato la parole per le immagini. Non più comandamenti, moniti o espressione manifesta e diretta della sua costernata volontà.
Ma immagini, meraviglia, senso del meraviglioso che ha aperto un’età della meraviglia e del fantastico.
Dio ha illustrato il mondo tralasciando i dettagli, sono sfumature, quelle laggiù  nel tramonto. L’imperfezione fatta uomo

 

 

 

E la capacità tutta di intravedere nella poesia la salvezza umana si spegne nel pennello acceso di Dio. Non è pittura la poesia, non è genesi, ma alchimia. Non vi nasce niente e niente scosse di apocalissi, ma l’ora si fa piombo pesante nell’animo umano, più monitrice la poesia della religione.

Yoani Sànchez arriva in Italia

In questi giorni Yoani Sanchez è in Italia e oggi mi sarebbe veramente piaciuto andare a Torino ad ascoltarla al Circolo dei Lettori, dove in serata sarà  presentato il libro di Gordiano Lupi, Edizioni a Nord Est, In Attesa della Primavera, ma impegni, equamente bilanciati tra sfortuna e lavoro, me lo impediscono. Colgo l’occasione per ripresentare qui di seguito una intervista a Yoani, forse la prima italiana, a cui ho avuto l’onore di contribuire tanto tempo fa…per i miei lettori appassionati di cronologia izziana erano i tempi di Balla Juary.

 

 

Rischia di far tremare il trono dei fratelli Castro, questa ragazza di appena 33 anni (l’età di Cristo, che pericolosa analogia!) che lancia critiche ironiche e veritiere da un blog molto frequentato come Generacion Y, ora diventato anche un libro. Yoani è un’eroina della nuova Cuba, esponente di una generazione Y che può dar vita a un nuovo esercito ribelle del cyberspazio, senza bisogno di nascondersi tra le montagne della Sierra Maestra. La guerra delle idee può dare buoni frutti, perché i dittatori temono chi pensa con la propria testa e poi non possono rinchiudere le idee in una galera. Abbiamo avvicinato Yoani Sánchez per sentire dalla sua voce alcune impressioni sull’attuale situazione di Cuba e sulle prospettive future.

Nel mondo esiste ancora la censura e la libertà di stampa non è un diritto acquisito. Tu hai la tua libertà su internet ma l’hai pagata a caro prezzo. Sappiamo che il tuo blog vive all’estero. Non puoi vederlo quando scrivi ma continui ad aggiornarlo. Come vivi questa condizione di ‘blogger cieca’?
Dall’ultima settimana di marzo 2008, il governo cubano ha inserito un filtro che impedisce l’accesso a tutto il portale Desdecuba – dove è inserito il mio blog – dalle connessioni a internet nei cyber caffè, dagli hotel, dai centri di studio e dalla maggior parte dei centri di lavoro. Quando è accaduto questo ho pensato che sarebbe stata la fine del mio sito e che non mi sarei ripresa dal colpo di non poter amministrare Generación Y. Tuttavia, attorno al mio blog si era prodotta una vera comunità virtuale ed è proprio da quella che è nata l’idea di aiutarmi a pubblicare ogni nuovo testo. Grazie alla solidarietà cittadina di persone che vivono in diversi paesi, posso inviare i miei post per e-mail e loro si occupano di pubblicarli nella pagina web. Al tempo stesso sono usciti fuori molti amici virtuali che traducono in quattordici lingue ciò che scrivo e altri mi inviano, tramite posta elettronica, i commenti che lasciano i lettori. In questo modo Generación Y è diventato una rete cittadina nella quale ognuno di noi ha una piccola responsabilità e ci unisce il desiderio di espressione, la necessità di dibattito e un certo tema chiamato Cuba. Nel mio blog non cala mai il sole, perché durante le ventiquattro ore del giorno c’è sempre gente che discute e il fatto di essere censurato a Cuba lo ha reso ogni volta più attraente per i miei compatrioti.
Internet è uno strumento per la libertà di pensiero?
Per noi che viviamo in questa isola, nella quale per molti anni l’informazione è stata monopolio esclusivo dello Stato, Internet ha prodotto una crepa nel muro della censura che sembra molto difficile da chiudere. Anche se Cuba ha uno degli indici di connessione più bassi del pianeta, le persone cercano il modo di accedere alle notizie che compaiono in rete. Come abbiamo un mercato nero per gli alimenti, che ci fornisce tutto ciò che non possiamo comprare nel mercato razionato o nel mercato in pesos convertibili, così esiste un rifornimento illegale e alternativo di informazione. Con la creatività che ci caratterizza abbiamo imparato a distribuire le pagine web su memory flash e in dischi a centinaia di persone interessate, che non sono mai potute entrare su Internet. Con questo identico sistema circolano il mio blog e altri siti che si producono sull’isola, oltre ad altri siti web che vengono amministrati all’estero.
Raúl e Obama sono i leader del presente. La storia può cambiare senza Fidel e Bush? Abbiamo qualche speranza?
Sono d’accordo che Obama è un leader del presente, ma Raúl Castro per me rappresenta il passato. Si tratta di un uomo che ha ereditato il potere per diritto di sangue e sta tentando di mantenerlo senza compiere cambiamenti significativi. Mi rattrista che i cubani abbiano riposto le loro speranze in ciò che può fare il presidente nordamericano, nella influenza che la sua gestione possa avere a Cuba. Questo significa che la gente qui si rende conto che dall’interno non è possibile provocare cambiamenti. Avrei preferito che la speranza venisse riposta in ciò che possiamo fare dall’interno dell’Isola, ma purtroppo la società civile cubana è eccessivamente frammentata e censurata per aver la forza di abbattere il muro.
A Cuba non possono leggere il tuo blog, ma tu parli di Cuba al mondo. Secondo te com’è il mondo?
Anche se sono nata e ho vissuto in un’isola, sento di appartenere a una  nazionalità più ampia che mi fa essere abitante di questo pianeta. Cerco di mantenermi informata su ciò che accade in ogni parte del mondo. Grazie ai giornali che mi portano amici che vengono a Cuba, riesco a tenermi aggiornata su quel che succede. Anche quando mi collego a Internet cerco di copiare pagine informative e le distribuisco a decine di amici. Questo è un lavoro importante, perché a volte noi cubani ci sentiamo l’ombelico del mondo e ciò è dovuto – in parte – all’ignoranza di come sono gli altri paesi e le altre culture. Grazie a Internet il mondo si è trasformato in un villaggio che possiamo visitare senza alzarci dalla sedia. Nonostante questo ho molto desiderio di poter uscire dal mio paese e arricchirmi con altre esperienze. Il periodo che ho vissuto in Svizzera è stato uno dei più intensi di tutta la mia vita, perché ho potuto interagire con persone di molti paesi. Noi cubani avremmo molto bisogno di questo incontro di diverse culture, lingue e religioni per alimentare e beneficiare la nostra stessa identità.
Non ti hanno lasciata venire in Italia per il Pisa Book Festival. Il regime cubano vuole mantenere cieca la tua scrittura. Il tuo blog – disponibile anche in versione italiana – in Italia ha sempre più lettori. Quale idea ti sei fatta della situazione italiana? 
So che in Italia molte persone applaudono ogni azione che compie il governo cubano. Per loro questa isola è un paradiso dove regna l’eguaglianza e la speranza. Mi spiace deluderli, ma non è così. Credo che persino molti di coloro che pensano che noi cubani abitiamo nel miglior sistema possibile, non sopporterebbero due settimane di code, mercato razionato e proibizioni. Il grande problema è che molti di coloro che sostengono l’attuale situazione cubana, vengono qui solo come turisti e da un hotel sembra tutto molto gradevole. Raccomando loro di fermarsi a vivere come un cubano, con la moneta nazionale che non serve per comprare la maggior parte delle cose necessarie, il trasporto collassato e i periodici che non rispecchiano la realtà. Forse dopo una terapia come questa comincerebbero a pensare in un altro modo.
Com’è cambiata la tua vita dopo aver acquistato notorietà?
Per un verso è cambiata molto ma per altri aspetti continuo a essere più o meno la stessa. Ora mi sento più responsabile delle cose che dico, perché so che il mio blog è letto da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. Ho sempre meno tempo durante la giornata, perché molte persone vogliono intervistarmi o filmare qualcosa sul mio lavoro. Tuttavia, ho cercato di mantenere la mia famiglia al riparo da tutte queste agitazioni della stampa e di continuare a dedicare alla mia casa, a mio marito e a mio figlio il tempo necessario per conservare l’affetto. Molte persone mi riconoscono per strada e mi salutano, ma i mezzi informativi ufficiali del mio paese tacciono sulla mia persona. Continuo  a vivere nella stessa casa, non ho un’auto, il mio ascensore è rotto da tre mesi, non ho dei collaboratori che mi aiutano a rispondere alle migliaia di mail che ricevo ogni settimana, né posso uscire dal mio paese. Continuo a essere una cittadina e questo mi rallegra.
Come ti piacerebbe il futuro di Cuba? Hai un’idea politica?
Quello che mi piacerebbe di più per la mia Isola è che un giorno potesse riunire tutti i cubani, senza segregazioni di carattere politico o ideologico. Una Cuba pluralista e tollerante, nella quale i miei nipoti non vengano classificati con epiteti come “vermi” solo per il fatto di avere opinion critiche. Questo è il mio sogno. Bada bene, questo agognato paese non è dietro l’angolo, dovremo lavorare molto per ottenerlo. Il disastro economico, l’apatia generalizzata, l’emigrazione costante e la sfiducia che esiste in ogni membro di questa società, sono molto difficili da superare. Ci attendono anni molto duri e per uscirne fuori dovremo tornare a sentire che l’Isola ci appartiene e che non è un feudo di poche persone chiamate a decidere tutto per noi. Io cercherò di svolgere il mio ruolo dalla società civile, non da una tribuna.
A Cuba esiste un movimento di opinione per il cambiamento?
Mi piacerebbe pensare di sì, ma ancora la gente sta molto attenta a dire in pubblico ciò che pensa realmente sulla situazione politica, economica e sociale. Nella intimità delle case e tra amici, si ascoltano voci di cambiamento, desideri che lo status quo in cui viviamo lasci il posto a una società più partecipativa. Sebbene a Cuba il risveglio della società civile proceda lentamente, posso assicurare che negli ultimi due anni ha fatto passi più lunghi che nelle trascorse decadi. L’assenza di Fidel Castro ha significato la fine di un’ipnosi collettiva realizzata dalla sua figura. Dal giorno in cui codesto grande ipnotizzatore non ha più potuto prendere il microfono e fare un discorso di tre ore, la gente ha cominciato lentamente a risvegliarsi e a parlare.
Ci sono molti giovani blogger cubani. Questo fenomeno può portare qualcosa di positivo? 
La blogosfera prodotta dall’interno dell’Isola è ancora a uno stadio embrionale. Cospirano contro la sua crescita sia la difficoltà di accesso a internet che il timore di esprimere opinioni. Nonostante tutto, negli ultimi mesi abbiamo visto nascere nuovi siti e – cosa più sorprendente – i loro autori non si nascondono più sotto uno pseudonimo. Non credo che la blogosfera possa fare da sola ciò che dovrebbe essere compito di tutta la società: riscattare il diritto alla libera espressione. Questo fenomeno virtuale deve essere accompagnato anche dal lavoro dei giornalisti indipendenti, degli intellettuali, che con la loro opera mostrino la realtà senza il trionfalismo che caratterizza i periodici ufficiali, e dei cittadini che abbiano il coraggio di indicare a voce alta le cose che non vanno. Se la necessità di esprimere opinioni non è sentita da tutti, la blogosfera cubana non può cambiare da sola l’atmosfera di censura imposta durante questi cinquanta anni.
Una domanda letteraria. Il tuo blog è diventato un libro. Non pensi di scrivere romanzi, racconti o poesie sulla Cuba di oggi?
Il vortice che rappresenta il mio blog mi assorbe molte energie e tempo, tuttavia trovo sempre un momento di pace per scrivere racconti o intraprendere progetti letterari di maggior importanza. Sinceramente, dico che scrivere per la rete è un’esperienza incredibile e credo che poco a poco la cyber letteratura si imporrà anche nei gusti dei lettori. Mi piacciono quelle pennellate impressioniste, molto brevi, che posso pubblicare su Generación Y.

 

Cosa credi che succederà il giorno che morirà Fidel Castro?
Se mi avessero fatto questa domanda tre anni fa, avrei detto che sarebbe cambiato tutto. Malgrado ciò, nel tempo trascorso da quel 31 luglio 2006 – quando è stata annunciata la malattia di Fidel Castro – fino a oggi, il governo cubano si è dato da fare per preparare i cittadini alla notizia della sua morte. Abbiamo visto spegnersi la figura dell’“invincibile” Comandante in capo, come in uno di quei film dove il protagonista si allontana per un lungo cammino fino a perdersi dalla nostra vista. In questo periodo sono in molti a pensare che sia già morto e che ha perso molta importanza nella vita politica del paese. Nonostante tutto, alla scomparsa del simbolo che rappresenta la sua persona, moti cubani penseranno che è terminata un’intera epoca.
Alcuni si sentiranno alleviati e forse le vendite di rum andranno alle stelle in tutta Cuba, mentre altri piangeranno in pubblico e davanti alle telecamere. Entrerà nel nostro passato e un giorno quando i miei nipoti mi sentiranno parlare di Fidel Castro, non sapranno se si trattava di un politico, di una stella della musica tradizionale o di un giocatore di baseball. Quel giorno, sentirò che finalmente avremo superato il suo enorme peso verde olivo sulle nostre vite. [collaborazione di Fabio Izzo]
 

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Libri, Lapis, Rivoluzioni Culturali e ci metto del mio

L’idea  alla base di questo umile post mi è venuta ieri, in occasione del 25 aprile, giornata fondamentale per la vita culturale di questo paese che dovrebbe nutrire e nutrirsi di libri e  di autori come Pavese, Fenoglio e Meneghello ma non solo..

Infatti, discutendo proprio ieri con un’artista belga/polacco tramite la magia dei social network, sull’importanza della resistenza, discussione partita da un link di Bella Ciao ( a proposito vi invito ad andare a vedere su You tube quante versioni ne esistono al mondo, compresa quella di  Woody Allen), ma dicevo…si parlava, commentando virtualmente, in un esperanto casareccio, misto a polacco, italiano e francese, della possibilità concreta e reale di rivoluzioni più o meno pacifiche e, inevitabilmente, il discorso è caduto sull’importanza dell’arte, della cultura e dei libri in questi cambiamenti.

Inutile dire che l’esempio polacco è forse il più lampante caso di cambiamento senza guerra, aiutato da una grande cultura, sfociata nella ricezione di due Premi Nobel per la letteratura, del calibro di Czeslaw Milosz e di Wislala Szymborska, un un breve arco di tempo. Ma alla fine, tornando alla discussione precedente, l’apice, lo Chapeau, è arrivato  ad una semplice frase: “Mrozek la rivoluzione l’ha fatta con un lapis nei bagni pubblici“. So che già quasi tutti voi state aggrottando le ciglia chiedendovi quale misterioso significato si celi dietro a una frase sibillina come questa che nemmeno il codice da Vinci…ricordate però che la cultura è una chiave che apre molte porte: sempre.

Allora tanto per cominciare dovete sapere che Slawomir Mrozek (questa la grafia corretta: Sławomir Mrożek) era un drammaturgo polacco, autore di Tango, che ha vissuto anche in Italia. La sua penna è nota per essere acuta e tagliente, la sua ironia è un’arma sopraffina che, se volete potrete riscoprire, non tanto facilmente. E pensare che in Italia fu pubblicato da Einaudi e magari la famosa casa editrice torinese dell struzzo potrebbe riproporcelo prima o poi (nel suo paese l’hanno pubblicato da poco integralmente, vedi foto) lasciando per un attimo da parte l’aspetto commerciale per tornare alla grandeur culturale che fu, ma forse ci eravamo abituati davvero troppo bene…

“Ai tempi della Polonia socialista c’era un eroe, un padre di famiglia che rischiava del suo, compiendo ogni giorni atti rivoluzionari, complottando contro il regime. Il breve racconto, geniale nella sua brevità a dir poco, ci mostra il ritorno a casa dell’eroe, dalla moglie spaventata che ogni sera ne aspetta il ritorno o il non ritorno a casa. -L’avrà fatto anche oggi- si domanda? -Si l’ho fatto- sembra rispondere tacitamente l’eroe alla conserte, facendo capire che c’è un bene più grande da onorare, mentre posa la matita sul comodino e pensa alla frase rivoluzionaria che scriverà domani nei bagni pubblici…”

E forse, proprio per questo motivo, ci sono sempre meno vespasiani, per impedire le rivoluzioni…

 

 

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